L’11vs0: perché lo odiamo, perché lo usiamo, perché (forse) lo stiamo capendo male
- alessandro.recenti
- 21 gen
- Tempo di lettura: 5 min
Tu hai mai avuto dei rimorsi in merito ai tuoi allenamenti?
Io, sì.
Oggi voglio parlarti di questo: dei miei rimorsi, delle esercitazioni che se potessi tornare indietro nel tempo ripenserei, rivedrei o utilizzerei in modo diverso.
Di ciò che farei se non avessi vissuto certe stagioni, certe squadre, certi contesti che mi hanno portato a essere l’allenatore che sono oggi.
E dopo, voglio parlarti anche di quello che invece è stato rilevante e che farei anche oggi, perché continuerebbe a funzionare.
Dove mi trovo in questo momento come allenatore?
Come ci sono arrivato?
E cosa farei, se dovessi iniziare adesso, per far funzionare una squadra?
Queste sono domande che mi pongo molto spesso, che mi aiutano a non sedermi sulle certezze e mi stimolano continuamente.
La prestazione: l’ossessione di ogni allenatore.
Naturalmente l’idea di prestazione è soggettiva e cambia da squadra a squadra, ma quello che accomuna la maggior parte di noi è l’aspirazione verso un miglioramento di squadra e di ogni singolo giocatore.
Per me, far funzionare una squadra significa riuscire a raggiungere 4 condizioni:
Giocatori che pensano e scelgono
Giocatori che si divertono
Giocatori che riconoscono i momenti del gioco
Giocatori che mantengono intensità e attenzione

Questa è la bussola che mi ha sempre guidato in panchina.
Molto spesso, quando vogliamo migliorare una squadra ci chiediamo, giustamente: come allenano gli altri? Cosa fanno le squadre che crescono partita in partita? Come preparano la partita?
Questo tipo di mindset è importante, perché è quello della crescita.
Ma c’è un problema enorme nell’allenamento.
Molto spesso tendiamo a commettere l’errore di copiare esercitazioni, replicare interi allenamenti, utilizzare mezzi solo perché li usano altri.
È sbagliato.
Se guardiamo una squadra che funziona e guardiamo cosa fa oggi in allenamento, non è detto che quello sia il motivo per cui funziona.
Che cosa ho sbagliato? Cosa vorrei cambiare? Cosa vorrei allenare meglio ma oggi il contesto non me lo permette?
Queste sono altre domande che mi pongo spesso, perché mi portano ad affrontare la mia più grande paura da allenatore: l’irrigidimento.
Quando una squadra ottiene risultati, il rischio è che quei risultati inizino a definire il nostro metodo, la nostra identità e tutto ciò che facciamo sul campo, riducendo sempre di più la possibilità di cambiare.
Investiamo tempo, energie e convinzioni in un’idea di calcio, finché questa non inizia a darci risposte.
A quel punto iniziamo a difenderla.
Ci sentiamo sicuri.
Ci sentiamo competenti.
Ci sentiamo “allenatori veri”.
Tutto questo è estremamente gratificante, eppure il pericolo di cristallizzare il metodo è lì, pronto a bloccarci.
Uno dei più grandi problemi degli allenatori è proprio questo: una squadra funziona in un modo, e quel modo diventa intoccabile.
E intanto il contesto cambia.
Cambiano i giocatori.Cambia il livello.Cambia il tempo a disposizione.
Se questo è vero negli adulti, è ancora più vero nel settore giovanile.
Per chi allena ragazzi.
Per chi lavora nei dilettanti.
Per chi si rifugia nella frase: “Con questi non si può fare altro”.
Tutta questa introduzione è necessaria per arrivare a parlarti di quando io mi sono sentito in trappola come allenatore.
Alla fine di questo articolo non ti darò soluzioni, ma strumenti di riflessione.
11 contro 0.
Pronto/a?
Iniziamo.
Voglio partire da tutte quelle cose che ho criticato, evitato o utilizzato male.
1. L’11vs0 come esercitazione
“inutile”
La prima cosa che per anni ho considerato sbagliata, e che oggi invece guardo con occhi diversi, è proprio l’11 contro 0.
Per molto tempo l’ho ritenuto inutile, distante dalla realtà, persino dannoso.

Le obiezioni sono chiare e legittime: perché farlo nei giovani e nei dilettanti?
Il campo è lo stesso, gli spazi sono gli stessi, le regole sono le stesse, si gioca sempre 11 contro 11 e si segna nella stessa porta.
Quando poi arrivano gli avversari cosa succede?
Per molti è utile, forse, solo come attivazione.
Nei giovani, cambia la percezione dello spazio e della realtà.
Se non pressati, mentalmente vanno in relax.
Il gesto tecnico perde intensità, precisione, significato.
Il ritmo partita sparisce.
Queste critiche non sono campate in aria.
Sono vere.
Sono osservabili.
Sono concrete.
Il problema però non è l’11 contro 0.
Il problema è come e perché lo usiamo.
L’11 contro 0 non è una simulazione di partita.
Non lo è mai stato.
Se lo utilizziamo pensando che debba riprodurre la gara, stiamo sbagliando esercitazione.
L’11 contro 0 è un contesto cognitivo.
Serve a fissare riferimenti.
Serve a dare ordine.
Serve a chiarire relazioni.
Non ritmo.
Non intensità.
Non pressione.
Passiamo al secondo punto.
2. L’illusione della realtà totale
Penso tutt'oggi che i giocatori debbano essere sempre pressati, sempre stimolati, sempre in situazione reale.
Ma la realtà totale senza comprensione diventa caos.
Molti giocatori sopravvivono senza capire.
Risolvono.
Non leggono.
Si adattano.
Non apprendono.
L’11 contro 0, se usato in attivazione tecnica, serve a far emergere le connessioni.
Serve a riconoscere i tempi di occupazione degli spazi.
Chi deve accorciare? Chi deve restare? Chi deve dare ampiezza?
In partita tutto cambia, ma le connessioni rimangono
3. Il problema non è il gioco posizionale

In Italia spesso diciamo che il problema del gioco posizionale è il gioco posizionale stesso.
In realtà il problema è la scelta all'interno del gioco posizionale.
L'11vs0 di per sè è posizionale; sta a noi inserirlo in un contesto di gioco.
Non puoi nasconderti.
Ed è per questo che molti lo odiano.
Ora le buone notizie: quello che ho imparato.
1. Non esiste il modello perfetto
Non esiste il modello perfetto di allenamento.
Esiste una programmazione coerente; basata su quello che osservi.
L’11 contro 0 non è buono o cattivo.
È un elemento.Inserito nel momento giusto.
Con l’obiettivo giusto.
Per i giocatori giusti.
2. La realtà va dosata
I ragazzi devono avere realtà e ritmo partita, sì.
Ma anche momenti di comprensione.
Se non capiscono, non trasferiscono.
3. Allenare è scegliere cosa togliere
Allenare non è solo aggiungere stimoli.
È anche togliere rumore.
L’11 contro 0, se usato bene, fa esattamente questo (ritorno a specificarlo...durante l'attivazione tecnica)
La competenza più importante: riflettere.
Leggi il gioco.
Leggi i tuoi giocatori.
Leggi il contesto.
Finché ti fai domande sul perché usi un mezzo, non stai sbagliando.
Smetti di fartele, ed è lì che inizia il problema.
Ti lascio qui sotto alcune risorse, che ti aiuteranno ad avere una progressione didattica:
Attacco allo spazio: questo video ti fa pensare: una volta recuperata palla consolidare o attaccare?
E se vuoi scoprire le competenze degli allenatori del futuro ascoltando relatori professionisti di Serie A e B; italiani ed internazionali, unisciti a me e ad altre centinaia di allenatori all’evento più atteso degli allenatori italiani il Coaches!World
Un abbraccio,
Alessandro e Sara




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