Quando non correggere è una scelta tecnica (e perché questo non significa smettere di allenare)
- MATTEO LUSSIGNOLI L'ANGOLO DEL MISTER
- 28 dic 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Nel calcio giovanile, il ruolo dell’allenatore viene spesso associato alla capacità di correggere. Fermare il gioco, indicare l’errore, spiegare la soluzione corretta.
È un gesto rassicurante, per chi allena e per chi osserva dall’esterno: l’allenatore “sta facendo il suo lavoro”. invece, allenare non significa solo intervenire.
In molti casi, saper non intervenire è una competenza tecnica tanto quanto saper spiegare un gesto o progettare una seduta.
Questo non vuol dire rinunciare al proprio ruolo, ma esercitarlo in modo più profondo e consapevole.
La vera domanda, quindi, non è se l’allenatore debba correggere o meno, ma quando farlo e perché.

Allenare è prendere decisioni, anche quando si tace
Ogni scelta dell’allenatore comunica qualcosa.
Anche il silenzio.
Quando decidiamo di non fermare il gioco davanti a un errore, stiamo comunque allenando: stiamo affidando al contesto il compito di fornire feedback.
Questo principio trova riscontro nella teoria dell’apprendimento implicito, non tutto ciò che viene appreso passa attraverso spiegazioni verbali.
Molti comportamenti emergono dall’esperienza diretta, soprattutto negli sport complessi come il calcio.
L’errore come informazione, non come fallimento
Nel gioco reale, l’errore è la norma.
Ogni scelta comporta un rischio.
Se correggiamo ogni errore nel momento stesso in cui avviene, rischiamo di togliere al giocatore la possibilità di comprendere il perché di ciò che è successo.
Jean Piaget parlava di costruzione attiva del sapere.
L’individuo apprende davvero quando è chiamato a confrontarsi con un problema, non quando riceve immediatamente la soluzione.
Intervenire continuamente può spezzare il flusso del gioco e ridurre la capacità di concentrazione.
Secondo la prospettiva ecologica dell’apprendimento motorio, il comportamento emerge dall’interazione tra atleta, compito e ambiente.
Se interrompiamo troppo spesso questa interazione, riduciamo le relazioni dei nostri ragazzi.
Il ruolo dell’allenatore: da correttore a progettista
Il lavoro dell’allenatore si vede soprattutto nella progettazione.
Attraverso la manipolazione dei vincoli spazio, tempo, regole, numero di giocatori noi allenatori possiamo guidare l’apprendimento senza dover intervenire continuamente.
Questo approccio, noto come constraint-led approach, non elimina la guida dell’allenatore, ma la rende più indiretta.
Non correggere subito non significa non correggere mai
Rimandare la correzione non significa eliminarla.
Secondo il concetto di zona di sviluppo prossimale di Vygotskij, l’intervento dell’adulto è efficace quando aiuta il ragazzo a fare un passo oltre ciò che riuscirebbe a fare da solo. Il momento giusto, quindi, conta quanto il contenuto della correzione.
Allenare l'autonomia è una scelta tecnica
Allenare l’autonomia non è una scelta ideologica, ma profondamente tecnica.
In partita, l’allenatore non può intervenire.
Se il giocatore non è abituato a prendere decisioni, si troverà impreparato proprio nel momento decisivo.
Conclusione
Saper quando non correggere non è una rinuncia al ruolo dell’allenatore, ma una sua espressione matura.
Allenare significa guidare, ma anche fidarsi.
A volte, per allenare meglio, è necessario fare un passo indietro e lasciare che sia il gioco a parlare.




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