Il filtro invisibile tra campo e comportamento. Le scelte dei nostri giocatori che (forse) non conosci.
- alessandro.recenti
- 11 feb
- Tempo di lettura: 7 min
In questo articolo ti voglio parlare di una cosa che reputo molto importante.
Spesso nei confronti con altri allenatori, nei corsi o nei momenti di aggiornamento, dico che allenare non è altro che mente applicata al gioco.
Ti spiego subito cosa intendo.
Nel corso della mia esperienza ho imparato che sì, è importante conoscere e saper applicare tutti i principi metodologici dell’allenamento (organizzazione, esercitazioni, carichi, progressioni ecc.)…
Ma sai qual è la competenza più importante che non devi mai tralasciare?
La relazione con i giocatori che alleni.
L’atto di insegnare, di accompagnare la crescita, di costruire un ambiente… sono tutte cose strettamente connesse al processo di relazione con le persone che hai davanti.
E come si instaura una buona relazione con i propri giocatori?
Imparando ad anticipare, interpretare e conoscere ciò che sta dentro alla loro testa.
E come si impara a fare questo?
Conoscendo, studiando e applicando i principi del coaching e dell'allenamento della mente.
Ed è proprio di questo che voglio parlarti: di alcuni meccanismi cognitivi, che potremmo definire bias dell’apprendimento, che negli anni ho imparato a riconoscere e che ti garantisco sono estremamente potenti.
Ma prima, se ancora non mi conosci, mi presento: mi chiamo Alessandro Recenti.
Sono un allenatore professionista (ho allenato in Ungheria, Albania e Svizzera e attualmente in Italia alle primavera 2 femminile del Como 1907) e formatore che da anni studia metodologia, princìpi di gioco e osservo le varie che accadono in campo durante allenamenti e partite.
Oltre a questo cerco di osservare quotidianamente cosa succede realmente in campo.
Ora, prima di iniziare, ti voglio fare una domanda: ti fidi del tuo cervello?
È una domanda piuttosto introspettiva, ma pensaci un attimo e poi scrivi su un foglio a parte o sulle note del tuo smartphone la risposta.
Ti rifarò la stessa domanda alla fine di questo articolo.
Sarà interessante, vedrai.
Adesso, se sei pronto, seguimi in questo viaggio all’interno dell’incredibile mondo dell’apprendimento nel calcio.
Partiamo!

Il filtro invisibile tra campo e comportamento
Errori.
Questo sono i bias cognitivi.
Errori di giudizio, scorciatoie mentali.
Il nostro cervello, quello dei nostri giocatori, commette questo genere di errori perché è predisposto biologicamente a farlo (Kahneman, 2011).
Lascia che ti spieghi meglio: al nostro cervello non piace affaticarsi e quindi ricerca continuamente scorciatoie.
Per nostra natura, abbiamo dei comportamenti che inconsciamente agiscono all’interno del nostro cervello e ci portano a prendere determinate decisioni in un determinato modo.
Possiamo evitare che accada?
No.
Quello che possiamo fare, però, è riconoscerli e gestirli.
Oppure usarli in modo consapevole per facilitare l’apprendimento.
Si dice che l’apprendimento sia spesso più percettivo che logico, perché è dominato molto spesso proprio da questi meccanismi cognitivi (Dehaene, 2014).
Una sensazione, una percezione, un’intuizione: tutto questo porta molto spesso un giocatore ad agire in un certo modo.
Io per esempio sono continuamente una vittima di questi meccanismi.
Ma come dico sempre: “per insegnare meglio, bisogna prima osservare se stessi”.
Questo perché?
Per capire tutti quelli che sono i processi che portano da una percezione a una scelta in campo.
I 9 bias cognitivi (più rilevanti) che ho osservato sul campo
Ad oggi, ho individuato 10 bias cognitivi che secondo me sono i più importanti.
Sono quelli che spiegano perché un giocatore fa una scelta invece di un’altra.
Partiamo subito con il primo bias.
Trial Transformation: sperimenta il gesto
Che significa?
Sostanzialmente vuol dire che la comprensione cresce in proporzione a quanto un giocatore sperimenta direttamente.
Detto in parole più semplici, si tratta di far vivere esperienze.
Dagli qualcosa che lo avvicini effettivamente a ciò che vuoi vedere in campo.
Dagli qualcosa che gli faccia percepire il comportamento che sta cercando di costruire.
Questa è una delle basi dell’apprendimento motorio (Schmidt & Lee, 2011).
Nel calcio lo utilizziamo molto spesso.
È il concetto che sta alla base dell’esperienza.
Tu, io, proponiamo situazioni ma lo facciamo con una logica.
Lo facciamo sapendo quali sono le difficoltà che i giocatori hanno, sapendo qual è il comportamento che vogliamo favorire.
Lascia che ti racconti un esempio pratico dell’utilizzo di questo bias.
Immagina un’esercitazione in cui inserisci un vincolo di orientamento prima della ricezione.
All’inizio i giocatori faticano.
Dopo alcuni tentativi iniziano a percepire che orientarsi rende tutto più semplice.
Quindi, effettivamente, il comportamento emerge.
Seguita questa esperienza, il giocatore inizia spontaneamente a orientarsi anche in altre situazioni.
Ma ci sono altri mille esempi che potrei farti.
Morale della favola: crea esperienze che facciano percepire il comportamento.
Self Confidence: nutri la percezione di competenza
La percezione di competenza, ovvero quanto una persona crede di poter riuscire, è un fattore centrale della motivazione (Deci & Ryan, 2000).
Nel momento in cui un giocatore sente di poter riuscire, aumenta la sua disponibilità ad apprendere.
E questo si traduce in maggiore fiducia anche nei compiti che proponiamo.
Far aumentare la percezione di competenza significa far arrivare il giocatore, prima di tutto mentalmente, al comportamento che vogliamo vedere.
Questo tipo di comunicazione, sai cosa fa?
Rafforza l’idea nel giocatore che può riuscire.
Arriverà sicuramente a pensare: “allora posso farcela anch’io, posso migliorare!”.
Far aumentare la percezione di competenza nelle persone significa
accompagnarle, prima di tutto mentalmente, verso ciò che vogliono imparare.
L’apprendimento e di conseguenza il comportamento in campo sono atti profondamente individuali, sono parte di un processo di trasformazione che ogni giocatore vive.
Lo si vede nei casi più evidenti, ma in realtà lo puoi notare anche in situazioni molto più piccole.
Pensa a quando un giocatore prova una finta nuova o un gesto tecnico diverso.
Perché lo fa?
Perché sta cercando una trasformazione personale. Come calciatore.
Ma anche una trasformazione relazionale.
Sì, perché quando un giocatore impara qualcosa di nuovo, sta costruendo una nuova immagine di sé.
Costruisce ciò che sente di poter esprimere in campo.
Siamo esseri sociali e la maggior parte dei comportamenti che adottiamo hanno a che fare con come ci percepiamo all’interno del gruppo.
Quindi, ricordati che quando proponi un compito, molto spesso stai lavorando sulla percezione che il giocatore ha di se stesso.
Passiamo al terzo bias cognitivo.
La novità: inserisci piccoli stimoli diversi
Il concetto di novità è uno dei fattori più potenti nell’attenzione.
Ci sono poche cose che al cervello piacciono tanto quanto qualcosa di leggermente diverso (Bunzeck & Düzel, 2006).
Tutto ciò che è nuovo attira.
In questo caso, per esempio, basta cambiare un dettaglio di un esercizio.
Uno spazio.
Un numero.
Un vincolo.
Piccole modifiche riattivano l’attenzione.
La novità ci sembra sempre qualcosa che merita di essere osservato.
Il bias della novità è potente perché attiva sistemi legati all’esplorazione.
Siamo biologicamente predisposti a esplorare.
Quando c’è qualcosa che non conosciamo, il cervello aumenta il livello di attenzione.
E questo possiamo collegarlo direttamente anche al prossimo bias.
Il mistero: lascia qualcosa da scoprire
Il mistero è una modalità con cui percepiamo alcune situazioni.
Da sempre, ciò che non è completamente spiegato attira.
Funziona perché siamo tutti curiosi.
Non si tratta solo di novità, ma di incompletezza.
Il cervello tende a completare ciò che è incompleto (Effetto Zeigarnik).
Lasciare una domanda aperta stimola ricerca.
“Cos’altro potevi fare?”“Che altre possibilità c’erano?”
Non dare subito tutte le risposte.
Lascia spazio alla scoperta.
E ora arriviamo al quinto bias cognitivo.
Le occasioni: riconosci i momenti di apertura
A tutti piace sentire di essere nel momento giusto.
Nel calcio esistono momenti in cui il cervello è più ricettivo.
Subito dopo un errore.
Subito dopo una riuscita.
Quelli sono momenti preziosi.
Il bias dell’occasione ha a che fare con finestre di apprendimento.
Il cervello è più disponibile quando percepisce un contrasto tra ciò che voleva fare e ciò che è successo.
Riconoscere questi momenti vale più di mille spiegazioni.
Ecco ora il sesto bias cognitivo.
La paura: evita ambienti punitivi
La maggior parte delle persone apprende peggio quando ha paura (LeDoux, 1996).
Paura di sbagliare.
Paura di essere giudicati.
Paura di essere esposti.
La paura riduce l’esplorazione.
Riduce il tentativo.
Un ambiente sicuro aumenta il numero di tentativi.
E più tentativi significano più informazioni.
Piccola precisazione: non significa assenza di regole.
Significa assenza di umiliazione.
Dalla paura, passiamo al settimo bias.
Il beneficio percepito: collega gesto e utilità
Le persone apprendono meglio quando percepiscono utilità (Willingham, 2009).
Se un giocatore capisce che un comportamento gli semplifica il gioco, sarà più disponibile a provarlo.
“Quando ti orienti prima, hai più tempo.”
Non serve altro.
Serve collegare azione e vantaggio.
Questa è una leva potentissima.
I modelli osservabili: esempi reali
Che cosa sono?
Sono esempi concreti che rendono visibile un comportamento.
Impariamo molto osservando gli altri (Bandura, 1977).
Un compagno.
Una clip.
Una situazione simile.
Vedere aiuta a costruire rappresentazioni mentali.
Le rappresentazioni guidano l’azione.
L’autorità in questo caso non è gerarchica.
È funzionale.
Chi mostra un comportamento efficace diventa riferimento.
Arriviamo adesso all'ottavo e penultimo bias.
Il ruolo: sentirsi utili nel gruppo
Molti comportamenti sono legati all’identità.
Quando un giocatore sente di avere un ruolo, investe più energia.
Si tratta di percezione di utilità.
Ogni giocatore deve sentire di servire a qualcosa.
Questo rafforza l’impegno.
Ed eccoci infine all’ultimo bias cognitivo.
L’inclusione: sentirsi parte
Tutti hanno bisogno di appartenere (Baumeister & Leary, 1995).
Per natura siamo portati a cercare appartenenza.
Un gruppo coeso facilita l’apprendimento.
Perché riduce la paura.
Perché aumenta il coinvolgimento.
Perché aumenta i tentativi.
E di questo si tratta, alla fine.
Tutti questi bias non sono altro che modi in cui il cervello apprende.
Modi in cui le persone costruiscono comportamenti.
Concludo con la domanda con cui ho iniziato questo articolo.
Adesso che conosci questi bias, che sono solo alcuni dei più rilevanti…
Ti fidi del tuo cervello?
Scrivimi cosa ne pensi.
Un abbraccio
Alessandro e Sara
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