I primi 30 giorni di preparazione di un nuovo gruppo
- Andrea Cavalli

- 4 giorni fa
- Tempo di lettura: 24 min
Una possibile strada per osservare, conoscere e iniziare a costruire senza avere fretta di vedere subito la squadra che abbiamo in testa
Quando iniziamo una nuova stagione è molto facile avere fretta.
Arriviamo al primo allenamento dopo settimane nelle quali abbiamo pensato alla squadra, preparato idee, costruito esercitazioni, immaginato principi, provato a definire il tipo di calcio che vorremmo proporre. Magari abbiamo parlato per ore con lo staff e abbiamo già in testa una quantità enorme di comportamenti che vorremmo vedere: come costruire, come pressare, come reagire alla perdita, come occupare gli spazi, come arrivare in zona di rifinitura.
Poi finalmente arrivano i giocatori e la tentazione è quella di iniziare subito a trasferire tutto.
Secondo me è proprio qui che possiamo commettere uno degli errori più comuni della preparazione tattico-tecnica: voler vedere troppo presto la squadra che abbiamo già costruito nella nostra testa.
Mi piace pensare alla squadra come a un terreno. Quando arriviamo in un nuovo gruppo quel terreno non è vuoto.
Qualcuno lo ha coltivato prima di noi. Sono già presenti abitudini, conoscenze, esperienze, convinzioni, relazioni e modi di interpretare il gioco. Alcune cose potranno essere molto vicine a ciò che vorremo proporre noi, altre completamente diverse.
Alcune saranno utili, altre probabilmente andranno modificate con il tempo.
Prima di scegliere cosa seminare, però, dobbiamo osservare quel terreno.
Dobbiamo capire cosa è stato piantato prima, cosa è cresciuto bene, cosa meno, quali caratteristiche possiede il gruppo e quali possibilità ci offre. Solo dopo possiamo iniziare a seminare qualcosa di nostro.
E anche dopo aver seminato serve pazienza.
Non possiamo mettere un seme nel terreno il lunedì e arrabbiarci perché venerdì non vediamo ancora la pianta completa.
Dobbiamo seminare, innaffiare, osservare, tornare sullo stesso concetto in forme differenti, lasciare che il giocatore faccia esperienza, sbagli, riconosca nuove informazioni e progressivamente costruisca un comportamento.
Questa immagine, per me, racconta bene ciò che dovrebbero essere i primi trenta giorni di lavoro con una squadra del settore giovanile agonistico (e non solo)
Non una corsa per inserire il maggior numero possibile di concetti, ma un periodo nel quale conoscere il gruppo, costruire relazioni, presentare una direzione e iniziare gradualmente a creare un linguaggio comune.
La proposta che segue non vuole essere una ricetta. Non credo esista una sequenza valida per ogni squadra, categoria o contesto.
Un gruppo Under 14 che cambia metà rosa pone problemi differenti rispetto a un Under 17 che lavora insieme da tre anni. Una squadra con molti giocatori abituati a prendere iniziativa può richiedere interventi differenti rispetto a un gruppo che arriva da un contesto molto prescrittivo.
Quella che propongo è quindi una possibile strada: osservare prima, scegliere poi, seminare poco alla volta e verificare continuamente cosa sta realmente crescendo in campo.
PERCHÉ PARLARE DI PREPARAZIONE TATTICO-TECNICA
Utilizzo volutamente l'espressione preparazione tattico-tecnica e non tecnico-tattica.
Non è semplicemente un'inversione di parole.
Per come interpreto il gioco, la tattica viene prima della tecnica. Non intendo però tattica come movimenti prestabiliti, posizioni da occupare in maniera meccanica o sequenze che l'allenatore conosce e il giocatore deve imparare a riprodurre.
Parlo di tattica come capacità di leggere una situazione e scegliere una risposta.
Un giocatore riceve palla.
Prima ancora di passare, guidare o controllare deve confrontarsi con una serie di informazioni infinite: dove sono i compagni, dove sono gli avversari, da dove arriva la pressione, quanto spazio ha davanti, dove si trova la porta, cosa sta facendo il diretto avversario, quali possibilità sta aprendo il movimento di un compagno.
La tecnica è lo strumento con il quale prova a realizzare l'intenzione che nasce da quella lettura.
Naturalmente questa “divisione” è utile soltanto per ragionare. In partita percezione, decisione ed esecuzione si influenzano continuamente e spesso avvengono in tempi quasi sovrapposti. Ma partire dalla situazione e non dal gesto cambia molto il modo con il quale possiamo costruire la preparazione.
Se l'obiettivo fosse soltanto eseguire meglio un passaggio, potremmo organizzare una situazione nella quale il passaggio viene ripetuto molte volte nello stesso modo.
Se invece vogliamo migliorare la capacità di giocare quando una linea di pressione può essere superata, il problema diventa più ampio: il giocatore deve riconoscere la possibilità, il compagno deve smarcarsi, il portatore deve valutare rischio e vantaggio, la tecnica deve poi permettere alla scelta di diventare efficace.
Per questo, soprattutto nei primi giorni, mi interessa vedere come i ragazzi giocano prima di dire loro continuamente come dovrebbero giocare.
Voglio conoscere le soluzioni che possiedono già.
Come interpretano spontaneamente lo spazio? Cosa fanno quando vengono pressati?
Cercano sempre la soluzione più vicina o vedono anche ciò che succede lontano dalla palla?
Dopo un errore reagiscono immediatamente oppure escono mentalmente dall'azione?
Se il portatore ha spazio davanti, i compagni lo riconoscono e modificano le proprie posizioni oppure continuano a muoversi come se fosse pressato?
Queste informazioni sono la materia prima dalla quale può iniziare il nostro lavoro.
IL PRIMO MESE NON SERVE A “FINIRE” IL MODELLO DI GIOCO
Trenta giorni possono sembrare tanti quando guardiamo un calendario di preparazione. In realtà, se pensiamo alla complessità di una squadra, sono pochissimi.
In un mese possiamo iniziare a costruire una direzione.
Possiamo conoscere meglio i giocatori, creare alcune regole condivise, presentare dei principi, allenare comportamenti ricorrenti, costruire un linguaggio con il quale comunicare e iniziare a rendere riconoscibile una certa identità.
Non possiamo aspettarci di completare il processo.
Credo che questo sia importante anche per il modo con cui valutiamo ciò che vediamo nelle prime amichevoli.
Se abbiamo lavorato per tre sedute su un comportamento e in partita questo non compare, la conclusione non dovrebbe essere automaticamente “non hanno capito”.
Forse non lo abbiamo allenato abbastanza. Forse la situazione proposta non ha permesso ai ragazzi di capire quando utilizzarlo.
Forse il feedback che abbiamo dato è stato troppo generico.
Forse il comportamento è apparso in allenamento perché era sostenuto da un vincolo e in partita quel vincolo non esisteva più. O forse c’è solo bisogno di tempo…
Il primo mese dovrebbe servirci anche per conoscere il nostro stesso processo di allenamento.
Non stiamo soltanto osservando i giocatori. Stiamo verificando quanto le nostre idee siano comprensibili, quanto le esercitazioni generino realmente i problemi che vogliamo allenare e quanto la squadra riesca a trasformare le nostre indicazioni in comportamenti autonomi.
Questo rende la preparazione un percorso a doppio senso.
Noi iniziamo con un'idea, il campo ci restituisce informazioni, noi adattiamo il lavoro e il campo ci risponde nuovamente.
PRIMA DEL PRIMO ALLENAMENTO: ALLINEARE LO STAFF
La preparazione non comincia nel momento in cui entra in campo il primo giocatore.
Prima ancora di osservare la squadra, credo sia utile che lo staff sappia cosa vuole osservare.
Non significa costruire un elenco infinito di indicatori. Anzi, il rischio è esattamente il contrario: voler monitorare tutto e finire per non guardare davvero niente.
Prima della prima seduta può essere sufficiente un confronto molto semplice.
Quali informazioni vogliamo raccogliere oggi?
Chi osserva cosa?
Quanto vogliamo intervenire?
Quali messaggi vogliamo assolutamente far arrivare e quali possiamo rimandare?
Se siamo tre allenatori e tutti seguono soltanto la palla, stiamo sprecando una grande parte delle possibilità che ci offre lo staff.
Possiamo invece distribuire l'osservazione.
Un allenatore può concentrarsi prevalentemente sul comportamento della squadra in possesso, uno sulle reazioni alla perdita e sulle distanze difensive, uno sulle relazioni, sulla comunicazione e su alcuni singoli giocatori.
Non per costruire tre partite differenti, ma per avere tre punti di vista sullo stesso gioco.
Trovo utile anche decidere in anticipo il livello di intervento.
Nel primo giorno, per esempio, sceglierei deliberatamente di limitare le correzioni.
Se non lo decidiamo prima, è molto facile che dopo due minuti di partita iniziamo a vedere problemi ovunque e sentiamo la necessità di fermare continuamente.
Ma se il nostro obiettivo è osservare, dobbiamo lasciare che i comportamenti emergano.
Lo staff deve inoltre iniziare a essere coerente nel tipo di ambiente che vuole costruire. Se l'allenatore principale chiede coraggio e libertà di scelta mentre un collaboratore corregge ogni errore tecnico, il messaggio che arriva ai ragazzi è confuso.
I primi giorni servono quindi anche a conoscere lo staff sul campo. Come comunichiamo tra noi? Quando interviene uno e quando l'altro? Come ci scambiamo informazioni senza sovraccaricare i ragazzi? Come gestiamo una eventuale opinione differente?
Anche queste sono relazioni da coltivare. E dalle relazioni che ci sono tra lo staff passano poi le relazioni che ci sono tra staff e giocatori.
PRIMA SETTIMANA: OSSERVARE, CONOSCERE, FAR CAPIRE LA DIREZIONE
Se dovessi sintetizzare l'obiettivo della prima settimana in poche parole direi: raccogliere quante più informazioni utili possibile e fare capire ai ragazzi che tipo di esperienza vorremmo costruire insieme.
Non “insegnare tutto”.
Non “impostare il sistema”.
Non “arrivare alla prima amichevole già pronti”.
Prima di tutto conoscere.
Questo non significa che per sette giorni non debbano comparire i nostri principi. Sarebbe quasi impossibile. Il modo in cui costruiamo le esercitazioni, i feedback che scegliamo, gli spazi che utilizziamo e le domande che facciamo raccontano già qualcosa della nostra idea di calcio.
La differenza è che nella prima settimana non cercherei la completezza.
Voglio che i ragazzi inizino a capire la direzione.
Potremmo voler diventare una squadra che cerca di dominare le partite attraverso il possesso e la capacità di progredire.
Oppure una squadra che vuole essere molto aggressiva quando perde palla.
Oppure ancora un gruppo capace di attaccare rapidamente lo spazio quando riconosce la possibilità.
Non devo necessariamente aver già allenato ogni comportamento collegato a quell'identità. Ma i ragazzi possono iniziare a percepire che cosa stiamo cercando.
La prima settimana è anche il momento nel quale l'allenatore deve essere estremamente curioso.
È facile arrivare con delle etichette. “Questo è un centrale”, “questo è un esterno”, “questo ha giocato sempre mediano”.
Nei primi giorni cercherei di sospendere, almeno parzialmente, queste certezze.
Voglio vedere cosa sa fare il giocatore e come pensa, non soltanto quale ruolo occupava nella stagione precedente.
Un ragazzo utilizzato come esterno potrebbe mostrarci una capacità molto interessante di ricevere dentro al campo.
Un difensore centrale potrebbe avere grande qualità nel condurre e superare la prima pressione.
Un centrocampista considerato molto tecnico potrebbe invece avere difficoltà importanti nel prendere informazioni prima della ricezione.
Queste cose emergono soltanto se creiamo situazioni sufficientemente aperte.
Per questo nel primo periodo utilizzerei molto gioco. PS: forse non solo nel primo periodo :)
Partite, giochi di posizione non eccessivamente rigidi, possessi nei quali esiste una direzione, situazioni nelle quali la squadra deve realmente scegliere tra più soluzioni.
Più prescriviamo il comportamento, meno possiamo sapere se quel comportamento appartiene già al giocatore.
IL PRIMO GIORNO: FAR VENIRE VOGLIA DI TORNARE DOMANI
Sul primo allenamento vale la pena soffermarsi perché rappresenta un momento particolare. Anche se in ogni caso ne abbiamo parlato nell’articolo dedicato.
La frase che, comunque, mi piace utilizzare è: il primo giorno dobbiamo iniziare a far innamorare i ragazzi.
Non intendo naturalmente costruire entusiasmo artificiale o trasformare l'allenamento in un parco divertimenti.
Intendo fare in modo che il ragazzo torni a casa pensando: “Domani voglio esserci”.
E possibilmente non soltanto perché si è divertito, ma perché ha iniziato a intuire che tipo di percorso potrà vivere.
Nel primo allenamento vorrei quindi vedere tanta palla, tanto gioco e situazioni con numeri e spazi che mantengano una relazione riconoscibile con la partita.
Voglio conoscere i ragazzi mentre giocano.
Se organizzo immediatamente giochi articolati, lunghe sequenze e venti minuti di spiegazione, raccolgo informazioni differenti.
Magari utili in altri momenti, ma meno interessanti se la mia prima domanda è “che giocatori ho davanti?”.
Quest'anno, iniziando il lavoro con un gruppo Under 17, ho cercato proprio questo.
Nel primo giorno io e lo staff abbiamo dato spazio al gioco e ci siamo imposti di osservare molto. Gli errori c'erano, naturalmente. Ma non avevamo bisogno di correggerli tutti immediatamente.
Abbiamo invece utilizzato spesso feedback di rinforzo positivo.
Un giocatore provava una soluzione interessante anche se l'esecuzione non riusciva? Poteva essere il momento per rinforzare l'intenzione.
Un ragazzo reagiva immediatamente dopo una palla persa? Lo facevamo notare.
Un compagno aiutava un altro a correggersi? Anche quello raccontava qualcosa dell'ambiente che volevamo costruire.
Il primo giorno, in questo senso, stiamo allenando anche l'ambiente.
Se vogliamo giocatori che prendano decisioni dobbiamo evitare di costruire subito la sensazione che ogni scelta debba essere approvata dall'allenatore prima di essere fatta.
Il giocatore deve sapere che verrà corretto, ma deve anche percepire che l'errore è parte del processo.
COSA OSSERVARE DAVVERO
Dire “osserviamo i giocatori” è troppo generico.
Quali informazioni possono essere utili?
Io dividerei l'osservazione in quattro aree, sapendo che nella realtà si sovrappongono continuamente.
La prima riguarda il comportamento con la palla.
Il giocatore prende informazioni prima di ricevere? Come orienta il corpo? Cerca subito una soluzione oppure ha bisogno di più tocchi per capire cosa sta succedendo? Quando ha spazio davanti guida oppure libera immediatamente la palla? Sotto pressione tende a proteggere, giocare di prima, forzare o tornare sempre indietro?
La seconda riguarda il comportamento senza palla.
Come crea una linea di passaggio? Riconosce quando un compagno ha bisogno di sostegno e quando invece ha bisogno di spazio? Si ubica in zone occupate da qualcun altro oppure riesce a creare relazioni complementari? Si smarca guardando soltanto la palla o considera anche la posizione degli avversari?
La terza area riguarda le transizioni e la reazione agli eventi.
Cosa succede quando perde palla? Reagisce immediatamente oppure rimane fermo? Dopo un errore tecnico rientra nell'azione o continua mentalmente a pensare all'errore precedente? Quando la squadra recupera possesso cambia velocemente intenzione oppure mantiene il comportamento difensivo per qualche secondo?
La quarta riguarda la persona dentro al gruppo. E forse è la più importante da osservare.
Interagisce? In che modo? Cerca responsabilità o le evita? Come reagisce a un feedback? Aiuta i compagni? Ha bisogno continuamente della conferma dell'adulto? Come vive la difficoltà?
Non servono giudizi definitivi.
Una singola seduta non ci permette di definire un ragazzo “introverso”, “poco coraggioso” o “leader”. Dobbiamo stare attenti alle etichette perché rischiano di condizionare ciò che vedremo successivamente.
Ci servono invece ipotesi da verificare.
“Quando riceve spalle alla porta sembra prendere poche informazioni prima.”
“Dopo l'errore tende a rallentare la propria reazione.”
“Sembra cercare spesso l’interazione con i compagni.”
Sono osservazioni molto più utili perché possono essere confermate, smentite o precisate nelle sedute successive.
CONOSCERE IL GIOCATORE PER SAPERE COME ALLENARLO
La conoscenza non può fermarsi al comportamento calcistico.
Un allenatore del settore giovanile lavora con ragazzi che stanno attraversando momenti di crescita molto differenti. La stessa frase può essere ricevuta in modo completamente diverso da due giocatori.
C'è chi desidera una correzione immediata e molto diretta. Chi ha bisogno prima di capire il motivo. Chi vive bene il feedback davanti al gruppo e chi si chiude. Chi parla spontaneamente e chi necessita di più tempo per costruire fiducia.
Per questo trovo molto interessanti i colloqui individuali nei primi giorni.
Non per pretendere di “conoscere tutto” di un ragazzo in venti minuti. Sarebbe poco realistico.
Ma per iniziare a costruire una relazione e raccogliere informazioni che il campo da solo non ci dà.
Possiamo chiedere al ragazzo come ha vissuto la stagione precedente, quale ruolo sente più naturale, in quali situazioni pensa di essere efficace, cosa gli risulta più difficile, che tipo di feedback preferisce, quali aspettative ha, come vive il calcio fuori dal campo.
Possiamo anche chiedergli semplicemente come sta.
Il valore del colloquio non è soltanto nelle risposte. È nel messaggio che mandiamo: mi interessa capire chi sei e non soltanto cosa sai fare con la palla.
Questa conoscenza ci aiuta successivamente anche nella correzione.
Un feedback efficace non è soltanto tecnicamente corretto. Deve anche riuscire ad arrivare al giocatore a cui lo stiamo dando.
ESERCITAZIONE 1 — LA PARTITA COME STRUMENTO DIAGNOSTICO

Una delle proposte più semplici della prima settimana può essere una partita.
Per esempio 8 contro 8 più portieri, o numeri simili in base alla rosa disponibile, in uno spazio che permetta di riconoscere le relazioni della gara senza però diventare eccessivamente dispersivo.
Poche regole. Possibilmente nessun vincolo nella prima parte.
L'obiettivo dell'allenatore non è “far riuscire l'esercizio”. È osservare.
Possiamo utilizzare blocchi da otto-dieci minuti e, tra un blocco e l'altro, modificare una sola variabile. Per esempio aumentare leggermente lo spazio, cambiare una disposizione iniziale oppure assegnare un valore maggiore a un gol che nasce da un recupero alto.
Ci interessa vedere cosa cambia nel comportamento dei giocatori quando cambia l'ambiente.
Esempi pratici di domande per lo staff:
Chi cerca di avanzare quando ha spazio?
Chi offre linee di passaggio alle spalle della pressione?
Come reagisce la squadra alla perdita?
Chi comunica prima che arrivi il problema e chi soltanto dopo?
Quali giocatori sembrano riconoscere più rapidamente le informazioni disponibili?
Questa esercitazione ha un vantaggio enorme: non richiede quasi nessuna spiegazione e ci restituisce moltissime informazioni.
ESERCITAZIONE 2 — SUPERARE UNA LINEA E CAPIRE COSA SUCCEDE DOPO

Se dall'osservazione emerge che la squadra ha difficoltà a progredire, possiamo iniziare a costruire una situazione più orientata.
Organizziamo uno spazio rettangolare, per esempio 45x30 metri, con due squadre da sei giocatori e due jolly esterni o interni in base all'obiettivo. Dividiamo visivamente il campo in tre zone longitudinali senza obbligare i giocatori a rimanerci dentro (cioè possono muoversi liberamente sempre andando dove vogliono).
La squadra ottiene un punto quando riesce a trovare un compagno oltre una linea di pressione e, dopo la ricezione, conserva la possibilità di progredire nella zona successiva.
Non premiamo quindi semplicemente il passaggio verticale.
Ci interessa la relazione tra chi passa, chi riceve e ciò che accade dopo.
Esempi di “coaching points”: Il ricevente si è smarcato realmente oltre la pressione? Aveva informazioni prima di ricevere? Dopo aver ricevuto riconosce di aver guadagnato spazio oppure torna automaticamente verso la zona dalla quale arrivava la palla?
Le domande possono essere più utili del comando.
“Cosa avevi davanti quando hai ricevuto?”
“Da dove arrivava la pressione?”
“Potevi continuare ad avanzare?”
L'obiettivo è far emergere il problema, non insegnare una soluzione unica.
ESERCITAZIONE 3 — PERDITA, REAZIONE, NUOVA DECISIONE

Un'altra area che emerge molto rapidamente nei primi giorni è la risposta alla perdita del possesso.
Possiamo utilizzare un 5 contro 5 più due jolly in uno spazio di circa 35x30 metri, con quattro miniporte distribuite sui lati corti.
La squadra in possesso attacca due porte. Quando perde palla cambia immediatamente direzione e deve difendere le altre due.
Non introduciamo inizialmente un obbligo di riaggressione. Osserviamo cosa succede.
Qualcuno prova spontaneamente a riconquistare? I giocatori più lontani si stringono? Chi ha perso palla reagisce o si ferma? La squadra riconosce quando può aggredire e quando deve invece proteggere spazio e porta?
Dopo una prima fase possiamo attribuire un punto supplementare se una squadra recupera il pallone entro pochi secondi dalla perdita e riesce poi a concludere.
Il punteggio serve soltanto ad aumentare la frequenza del comportamento. Successivamente andrà tolto per verificare se la squadra continua a riconoscerlo autonomamente.
LA PRIMA AMICHEVOLE È ANCORA OSSERVAZIONE
Nel settore giovanile capita spesso che la prima partita arrivi molto presto. In alcuni casi dopo quattro o cinque allenamenti (come questa stagione nel mio caso con la U17 del Codogno Calcio)
È importante, secondo me, non trasformarla in un esame finale della prima settimana.
La partita ci offre informazioni che l'allenamento non può restituirci nello stesso modo.
Cambiano l'attivazione emotiva, il ritmo, la pressione dell'avversario, la continuità delle azioni, la difficoltà di intervenire continuamente.
Per questo può diventare un momento diagnostico ancora più interessante.
Prima della gara sceglierei pochissimi aspetti da osservare e comunicare.
Non dieci principi.
Due o tre messaggi che i ragazzi possano realmente ricordare e che siano collegati a ciò che abbiamo iniziato a costruire.
Dopo la partita eviterei inoltre di utilizzare soltanto il risultato come misura della qualità del lavoro.
Potremmo perdere e trovare segnali molto interessanti. Potremmo vincere e scoprire che alcuni problemi sui quali vogliamo lavorare sono ancora molto presenti.
La domanda utile è: cosa ci ha raccontato questa partita della squadra che stiamo iniziando a conoscere?
SECONDA SETTIMANA: SCEGLIERE COSA SEMINARE
Dopo la prima settimana dovremmo avere una prima fotografia del gruppo.
Non completa, non definitiva, ma sufficientemente ricca per iniziare a scegliere.
Questa è una fase decisiva perché il rischio è trasformare tutte le osservazioni raccolte in una lista infinita di problemi da correggere.
Se abbiamo visto dodici comportamenti migliorabili non dobbiamo allenarne dodici contemporaneamente.
Dobbiamo stabilire priorità.
Mi porrei tre domande.
Quali comportamenti sono più coerenti con l'identità che vogliamo costruire?
Quali difficoltà, se migliorate, possono facilitare anche altri comportamenti?
Quali competenze il gruppo possiede già e quindi richiedono soltanto di essere organizzate, e quali invece sembrano realmente nuove?
Immaginiamo di voler costruire una squadra capace di avanzare con coraggio. Dalla prima settimana emerge però che i difensori, anche quando non sono pressati, cercano immediatamente un passaggio laterale o indietro.
Potremmo scegliere come primo principio qualcosa di molto semplice: quando ho spazio davanti devo riconoscere la possibilità di guidare e attirare un avversario.
Non perché “guidare palla” sia un principio universale da insegnare nella seconda settimana, ma perché quel gruppo ci sta dicendo di averne bisogno.
Un'altra squadra potrebbe mostrarci il problema opposto: giocatori che guidano continuamente e non riconoscono mai il momento di liberare palla. In quel caso il punto di partenza sarebbe differente.
Ecco perché faccio fatica a costruire un elenco fisso di principi da inserire nei primi trenta giorni.
Il principio deve nascere dall'incontro tra la nostra idea e le informazioni del campo.
DARE UN LINGUAGGIO AI COMPORTAMENTI
Quando scegliamo un principio, possiamo iniziare a costruire un linguaggio condiviso.
Il linguaggio deve essere breve, comprensibile e collegato a informazioni realmente presenti nel gioco.
Per esempio “palla aperta, posso guidare” può diventare utile se aiuta il giocatore a leggere che il portatore non è immediatamente pressato e può avanzare. Ma quella frase non deve trasformarsi in un comando automatico.
Se davanti al giocatore esiste già un compagno libero in una posizione più vantaggiosa, guidare potrebbe non essere la scelta migliore.
Il linguaggio serve a orientare l'attenzione, non a sostituire la decisione.
Questa distinzione è più che fondamentale.
Quando una frase dell’allenatore diventa una regola assoluta, rischiamo di ottenere giocatori che eseguono l'indicazione senza leggere il contesto.
Quando invece la frase richiama un'informazione, può diventare un aiuto per imparare a osservare.
“Da dove arriva la pressione?”
“Cosa hai davanti?”
“Puoi eliminare qualcuno?”
“Se lui guida, tu cosa puoi fare?”
Sono domande che riportano il giocatore al gioco.
IL FEEDBACK: NON CORREGGERE TUTTO QUELLO CHE VEDI
Con l'aumentare delle informazioni cresce anche la tentazione di intervenire.
È normale. L'allenatore vede un comportamento che vorrebbe modificare e sente il bisogno di correggerlo subito.
Il problema è che il giocatore, mentre gioca, sta già elaborando moltissime informazioni. Se aggiungiamo continuamente la nostra voce rischiamo di diventare noi l'informazione dominante.
Il ragazzo smette progressivamente di leggere compagni, avversari e spazio e inizia ad aspettare la soluzione dell'allenatore.
Per questo trovo utile distinguere diversi tipi di feedback.
C'è il feedback correttivo diretto, necessario quando vogliamo rendere molto chiaro un aspetto.
C'è la domanda, utile quando il giocatore possiede già informazioni sufficienti per riflettere sulla situazione.
C'è il rinforzo positivo, che permette di far notare un'intenzione o un comportamento che vogliamo vedere nuovamente.
E c'è anche il silenzio.
Il silenzio non è assenza di intervento. A volte è una scelta.
Lasciare terminare un'azione, vedere se il giocatore riconosce da solo il problema, osservare cosa succede alla ripetizione successiva può darci informazioni molto più interessanti di una correzione immediata.
Nella seconda settimana aumenterei gradualmente la precisione dei feedback, mantenendo però l'obiettivo di non occupare continuamente il gioco con la voce dello staff.
ESERCITAZIONE 4 — UN PROBLEMA, MOLTE SOLUZIONI

Supponiamo che il principio scelto riguardi la capacità di progredire contro una pressione organizzata.
Possiamo costruire un 7 contro 7 più portieri in uno spazio di circa 55x40 metri.
La squadra che inizia l'azione deve provare a raggiungere la porta opposta. Non imponiamo una modalità di uscita.
Assegniamo però un punto bonus quando un giocatore riesce, attraverso una conduzione o un passaggio, a superare una linea avversaria e la squadra conserva il possesso nell'azione successiva.
Questo dettaglio è importante.
Non ci interessa premiare il gesto isolato. Ci interessa il vantaggio prodotto.
Se un difensore guida oltre la prima pressione ma perde immediatamente palla perché non ha osservato ciò che succede davanti, non abbiamo realmente costruito una progressione efficace.
Se invece la conduzione attira un centrocampista e libera un compagno, il comportamento ha modificato la situazione.
Dopo alcuni blocchi togliamo il punto bonus.
Vogliamo capire se il comportamento continua a comparire anche senza premio.
TERZA SETTIMANA: COLLEGARE I PRINCIPI
Nella terza settimana il lavoro può diventare più complesso.
Non perché dobbiamo necessariamente aumentare il numero delle regole o rendere le esercitazioni più elaborate.
La complessità arriva soprattutto dalle relazioni tra i principi.
Il gioco non ci presenta mai un problema alla volta.
Se stiamo lavorando sulla capacità del portatore di avanzare, dobbiamo osservare come reagiscono i compagni.
Se il difensore centrale guida in avanti, il mediano deve necessariamente venirgli incontro? Oppure può allontanarsi e liberargli spazio? Un attaccante può fissare la linea difensiva? Un esterno può riconoscere il momento per occupare una posizione interna?
Se lavoriamo sulla reazione alla perdita, dobbiamo collegarla alle distanze create durante il possesso. Una squadra molto lunga avrà possibilità differenti di riaggredire rispetto a una squadra che attacca mantenendo relazioni corte intorno alla palla.
Il principio smette quindi di essere individuale e diventa progressivamente collettivo.
È qui che può diventare utile mantenere strutture di esercitazione relativamente stabili e modificare poche variabili.
Se ogni giorno cambiamo completamente forma, regole, spazi e obiettivi, una parte importante dell'energia dei giocatori viene utilizzata per capire il nuovo esercizio.
Riutilizzare una stessa struttura può invece permettere di aumentare la profondità.
Un 6 contro 6 più jolly può essere utilizzato una volta per osservare la progressione, una volta per modificare le distanze intorno alla palla, una volta ancora per lavorare sulla transizione dopo la perdita.
Il gioco rimane riconoscibile; cambia l'attenzione.
ESERCITAZIONE 5 — STESSA STRUTTURA, INFORMAZIONE DIFFERENTE

Organizziamo un 6 contro 6 più due jolly laterali in uno spazio 45x35 metri, con due porte e portieri.
Nel primo blocco la partita è completamente libera.
Nel secondo attribuiamo un punto supplementare se una squadra riesce a concludere dopo aver trovato un giocatore tra due linee avversarie.
Nel terzo il bonus viene assegnato se, dopo aver perso palla, la squadra recupera prima che l'avversario riesca a effettuare tre passaggi.
Nel quarto torniamo alla partita libera.
L'interesse dell'esercizio non è avere quattro partite diverse. È osservare se l'attenzione generata dai due blocchi centrali modifica qualcosa anche quando le regole vengono nuovamente eliminate.
Il giocatore continua a cercare lo spazio tra le linee perché ne riconosce il valore oppure lo faceva soltanto per ottenere il punto?
La squadra reagisce alla perdita perché ha iniziato a leggere il momento oppure perché lo chiedeva il vincolo?
Questa verifica è fondamentale
DALL'ESERCITAZIONE ALLA PARTITA: IL PROBLEMA DEL TRANSFER
Uno dei rischi più grandi è confondere la riuscita dell'esercitazione con l'apprendimento.
Costruiamo un gioco con una zona nella quale il giocatore deve ricevere, assegniamo due punti se riesce e dopo dieci minuti vediamo molte ricezioni in quello spazio. Potremmo pensare che il comportamento sia stato acquisito.
In realtà abbiamo dimostrato soltanto che i giocatori sono capaci di adattarsi alla regola.
La domanda vera arriva quando la regola scompare.
Il comportamento continua a essere riconosciuto?
Per questo nella terza e soprattutto nella quarta settimana utilizzerei spesso una sequenza molto semplice:
prima faccio emergere un comportamento attraverso una manipolazione;
poi riduco la manipolazione;
infine torno a una forma di gioco più libera.
Se il comportamento sparisce completamente, non significa che il lavoro sia stato inutile. Significa che probabilmente necessita di altre esperienze prima di diventare realmente disponibile al giocatore.
Questa informazione ci evita di correre troppo avanti.
LA VIDEOANALISI NEI PRIMI TRENTA GIORNI
Anche il video può essere molto utile, purché non diventi un altro luogo nel quale scaricare informazioni sui ragazzi.
Nei primi incontri utilizzerei clip brevi e domande semplici.
“Cosa vedete?”
“Quali possibilità aveva il portatore?”
“Cosa cambia quando questo giocatore avanza?”
“Dove arriva la pressione?”
Prima di spiegare la nostra lettura, possiamo ascoltare quella dei ragazzi.
La sala video diventa così un altro strumento di osservazione.
Possiamo scoprire che due giocatori guardano la stessa azione e notano informazioni completamente differenti.
Possiamo anche utilizzare clip positive della nostra squadra. Non soltanto errori.
Mostrare un comportamento riuscito permette di costruire un'immagine condivisa di ciò che stiamo cercando e rende il principio più concreto.
La durata conta. In questa fase preferirei pochi minuti di video realmente collegati al campo rispetto a una lunga riunione nella quale il livello di attenzione inevitabilmente cala.
QUARTA SETTIMANA: TOGLIERE LE “STAMPELLE”
Arrivando verso la quarta settimana, inizierei progressivamente a togliere alcuni aiuti.
Meno zone obbligatorie.
Meno punti bonus.
Meno indicazioni continue.
Più partita.
Non perché il lavoro sui principi sia concluso, ma perché abbiamo bisogno di vedere cosa i giocatori riescono a riconoscere autonomamente.
Le regole che utilizziamo nelle esercitazioni sono come stampelle. Possono essere molto utili per indirizzare l'attenzione e aumentare la frequenza di una situazione, ma non vogliamo che il giocatore ne abbia bisogno per sempre.
Se diciamo per tre settimane “quando perdi palla devi riaggredire” e appena smettiamo di dirlo la squadra scappa automaticamente verso la propria porta, abbiamo un'informazione importante.
Il comportamento non è ancora realmente condiviso.
In questa fase aumenterei quindi il peso delle partite a tema leggero e delle forme di gioco libere.
Lo staff continua a osservare gli stessi principi, ma interviene meno.
Dobbiamo resistere alla tentazione di aiutare la squadra ogni volta che il problema compare.
Il nostro obiettivo non è far riuscire perfettamente la seduta del giovedì.
È fare in modo che domenica, quando noi siamo fuori dal campo e l'azione si sviluppa in pochi secondi, i giocatori abbiano strumenti per leggere ciò che sta succedendo.
ESERCITAZIONE 6 — PARTITA LIBERA CON OSSERVAZIONE MIRATA

Nell'ultima parte del mese proporrei spesso una partita 9 contro 9 o 10 contro 10, quando numeri e spazi lo consentono, con pochissimi vincoli.
Prima di iniziare, lo staff sceglie due comportamenti da osservare.
Per esempio:
come reagisce la squadra quando il portatore ha spazio davanti;
come reagisce alla perdita quando ha molti giocatori vicini alla palla.
Non comunichiamo necessariamente questi due obiettivi ai giocatori.
Li osserviamo.
Dopo un primo blocco possiamo fare una breve domanda al gruppo, senza fornire immediatamente la risposta.
“Quando il nostro centrale avanzava, cosa succedeva davanti?”
“Quando perdevamo palla vicino all'area avversaria, quali possibilità avevamo?”
Ripartiamo e verifichiamo se qualcosa cambia.
Questo tipo di esercitazione ci restituisce una misura interessante della progressiva autonomia della squadra.
I COLLOQUI CONTINUANO ANCHE DOPO LA PRIMA SETTIMANA
La conoscenza individuale non finisce con il primo colloquio.
Anzi, le informazioni più interessanti arrivano spesso dopo che il rapporto ha avuto il tempo di svilupparsi.
Un ragazzo che il terzo giorno risponde “tutto bene” a qualsiasi domanda potrebbe iniziare dopo tre settimane a raccontarci con maggiore precisione una difficoltà.
Possiamo sfruttare momenti molto brevi: prima dell'allenamento, mentre sistemiamo il materiale, durante il recupero, a fine seduta.
Non serve convocare ogni volta il giocatore in una stanza.
Una domanda fatta nel momento giusto può aiutarci a capire come sta vivendo il percorso.
“Come ti trovi in quella posizione?”
“Quella correzione di ieri ti era chiara?”
“Quando ricevi lì, cosa ti mette più in difficoltà?”
Questo ci permette anche di verificare se ciò che pensiamo di comunicare coincide con ciò che il giocatore sta realmente comprendendo.
IL RUOLO DELLO STAFF: MOLTIPLICARE GLI OCCHI, NON LE VOCI
In un settore giovanile avere più persone competenti nello staff è una grande risorsa, ma può diventare un problema se ogni allenatore sente il bisogno di intervenire continuamente.
Mi piace l'idea di utilizzare lo staff per moltiplicare gli occhi più che le voci.
Un collaboratore può osservare una zona del campo differente, seguire alcuni giocatori, annotare comportamenti, confrontarsi con l'allenatore tra un blocco e l'altro.
Non è necessario che ogni informazione raccolta diventi immediatamente un feedback al ragazzo.
Possiamo portarla nel debrief dello staff e decidere se è realmente prioritaria.
Questa selezione è una parte importante dell'allenare.
Non tutto ciò che vediamo deve diventare qualcosa che diciamo.
Nei primi trenta giorni organizzerei un breve confronto dopo ogni seduta. Anche dieci minuti possono bastare se le domande sono chiare.
Cosa abbiamo visto oggi che conferma le nostre ipotesi?
Cosa le mette in dubbio?
Quale comportamento sta crescendo?
Quale sembra non emergere nonostante il lavoro?
C'è un giocatore sul quale dobbiamo raccogliere più informazioni?
Da queste domande nasce la seduta successiva.
UNA POSSIBILE MAPPA DEI PRIMI 30 GIORNI
Provo a trasformare tutto in una traccia pratica, sapendo che calendario, amichevoli, numero di allenamenti e caratteristiche della squadra possono modificare completamente la distribuzione.
Giorni 1-3: conoscenza e osservazione.
Molto gioco, poche interruzioni, attenzione alle caratteristiche individuali e alle relazioni. Primi messaggi sull'ambiente che vogliamo costruire. Raccolta di informazioni da parte dello staff. Nessuna fretta di correggere tutto.
Giorni 4-7: prime ipotesi.
Iniziamo a individuare alcuni comportamenti ricorrenti. Possiamo introdurre uno o due concetti semplici collegati a ciò che abbiamo realmente osservato. Partono i colloqui individuali. La prima amichevole, se presente, viene utilizzata soprattutto come ulteriore fonte di informazioni.
Settimana 2: scegliere le priorità.
Definiamo pochi principi sui quali investire maggiormente. Costruiamo esercitazioni che aumentino la frequenza delle situazioni che vogliamo allenare. Iniziamo a creare un linguaggio condiviso. I feedback diventano più specifici senza diventare continui.
Settimana 3: collegare.
I principi iniziano a incontrarsi. Il comportamento del portatore viene collegato ai movimenti dei compagni, la fase di possesso alle possibilità di transizione, il comportamento individuale alle distanze collettive. Possiamo utilizzare video brevi per confrontare percezioni e mostrare esempi reali della squadra.
Settimana 4: verificare autonomia.
Riduciamo gradualmente vincoli e premi. Aumentiamo il tempo di gioco libero. Osserviamo quali comportamenti compaiono senza il nostro intervento. Manteniamo ciò che necessita ancora supporto e lasciamo maggiore libertà su ciò che sta diventando patrimonio dei giocatori.
Alla fine del mese non dobbiamo chiederci soltanto “cosa abbiamo insegnato?”.
Dovremmo chiederci anche:
cosa riconoscono oggi i giocatori che trenta giorni fa non riconoscevano?
quali relazioni sono cambiate?
quali comportamenti compaiono spontaneamente?
quali principi necessitano ancora della nostra voce?
quanto conosciamo meglio ogni ragazzo rispetto al primo giorno?
GLI ERRORI CHE CERCHEREI DI EVITARE
Il primo errore è quello da cui siamo partiti: voler trasmettere tutto subito.
Il fatto che un principio sia importante per noi non significa che debba essere introdotto immediatamente. Scegliere cosa non allenare ancora è parte della programmazione.
Il secondo errore è arrivare con un modello completamente chiuso.
Avere idee forti è utile. Pretendere che il campo confermi sempre le nostre idee lo è molto meno.
Se i giocatori possiedono caratteristiche differenti da quelle che immaginavamo, dobbiamo almeno chiederci se sia più intelligente modificare qualcosa della nostra proposta invece di provare soltanto a modificare loro.
Il terzo errore è confondere osservazione e passività.
Osservare non significa aspettare una settimana senza dare direzione. L'ambiente, la scelta delle esercitazioni, il tipo di feedback e il nostro comportamento stanno già allenando qualcosa.
Il quarto errore è correggere tutto.
Ogni partita contiene decine di decisioni imperfette. Se proviamo a intervenire su ognuna, perdiamo priorità e probabilmente anche attenzione.
Il quinto errore è innamorarsi delle esercitazioni.
Una proposta può essere bellissima, dinamica, divertente e organizzata perfettamente, ma se non genera il problema che vogliamo allenare serve poco.
L'esercitazione è uno strumento. Il centro rimane il comportamento del giocatore. Come abbiamo già detto, è il campo che parla.
Il sesto errore è utilizzare il vincolo come obiettivo.
Se mettiamo una zona perché vogliamo aumentare le ricezioni tra le linee, non ci interessa che i ragazzi imparino “ad andare nella zona”. Ci interessa che inizino a riconoscere perché quello spazio può essere vantaggioso. Prima o poi la zona deve sparire.
Il settimo errore è valutare troppo presto.
Una settimana difficile non definisce un giocatore e una prima amichevole negativa non definisce una squadra. Nei primi giorni dobbiamo raccogliere informazioni, non sentenze.
Il contrario vale allo stesso modo. Un giocatore brillante nel primo allenamento non è automaticamente quello che comprenderà più rapidamente tutti i principi successivi.
Il processo ha bisogno di tempo.
QUANDO MODIFICARE IL PROGRAMMA
Una programmazione di trenta giorni può essere molto dettagliata. Ma se diventa intoccabile perde una parte importante del suo valore.
Il campo deve avere il diritto di modificarla.
Se lunedì avevamo previsto di lavorare sulla progressione e martedì scopriamo che la squadra possiede già buone soluzioni ma ha enormi difficoltà nella reazione alla perdita, possiamo cambiare priorità.
Se un principio che pensavamo complesso viene assimilato rapidamente, possiamo aumentare il problema.
Se invece un comportamento non emerge, dobbiamo evitare di aggiungere nuovi strati soltanto perché “da programma oggi tocca questo”.
La programmazione dovrebbe essere una mappa, non un binario.
Ci dice dove vorremmo andare, ma possiamo modificare la strada in base a ciò che incontriamo.
COSA VORRO’ AVERE ALLA FINE DEL PRIMO MESE
Alla fine dei trenta giorni non cercherò una squadra perfetta.
Cercherò una squadra che abbia iniziato a riconoscersi.
Vorrò che i ragazzi sappiano quale ambiente stiamo provando a costruire e percepiscano che possono contribuire a quel processo.
Vorrò conoscere molto meglio le loro caratteristiche, non soltanto tecniche ma anche relazionali.
Vorrò avere alcune parole condivise che richiamano informazioni del gioco senza trasformarsi in comandi automatici.
Vorrò vedere almeno alcuni principi iniziare a comparire spontaneamente, anche se in maniera ancora instabile.
Vorrò soprattutto sapere molto più chiaramente quali sono i problemi successivi sui quali lavorare.
Perché i primi trenta giorni non devono consegnarci una squadra finita.
Devono consegnarci una squadra che abbiamo iniziato realmente a conoscere e un processo che ha trovato una direzione.
SEMINARE, INNAFFIARE, OSSERVARE DI NUOVO
L'allenatore arriva normalmente in preparazione con una visione del futuro.
Vede nella propria testa la squadra che vorrebbe avere tra alcuni mesi. È utile, perché quella visione dà una direzione al lavoro.
Il problema nasce quando pretendiamo di vedere quella squadra troppo presto.
Il giocatore che oggi non riconosce una situazione non deve necessariamente riconoscerla domani soltanto perché gliel'abbiamo spiegata.
Deve incontrarla, viverla, sbagliare, ricevere informazioni, incontrarla ancora in una forma leggermente diversa e progressivamente attribuirle un significato.
Il nostro lavoro nei primi trenta giorni è creare le condizioni perché questo processo inizi.
Prima osserviamo il terreno.
Poi scegliamo cosa seminare.
Innaffiamo.
Guardiamo cosa cresce.
Se qualcosa non cresce, non accusiamo immediatamente il terreno. Forse dobbiamo cambiare seme, quantità d'acqua, posizione o semplicemente aspettare.
E quando iniziamo a vedere i primi comportamenti comparire, non abbiamo finito.
Continuiamo a coltivarli finché non avranno bisogno sempre meno della nostra voce per esistere.
Credo che sia questa una delle sfide più interessanti della preparazione tattico-tecnica nel settore giovanile: avere abbastanza idee per sapere dove vogliamo andare e abbastanza pazienza per non pretendere di essere già arrivati dopo una settimana.



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