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Allenamento cognitivo nel calcio: la guida definitiva

  • Immagine del redattore: Andrea Cavalli
    Andrea Cavalli
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 23 min


Introduzione — Tutto ciò che è caos è cognitivo (anche in allenamento?)

“Cognitivo” è una di quelle parole che, soprattutto negli ultimi anni, nel

calcio vengono utilizzate spesso (anche a sproposito, direi…) e, infatti,

spiegate poco o mal-interpretate.


La si trova praticamente ovunque: nei programmi di allenamento, nei

corsi, nelle presentazioni e nelle descrizioni delle esercitazioni. A volte

viene associata al fatto di aggiungere e modificare colori, numeri, segnali

o calcoli e azioni da fare mentre si guida il pallone.


Altre volte diventa invece un’etichetta generica per parlare di tutto ciò che

sembra difficile, veloce o confuso. O, appunto, “cognitivo”.


Ma se vogliamo davvero allenare squadre e giocatori capaci di

interpretare il gioco, di leggerlo, di scegliere e adattarsi, dobbiamo porci,

per iniziare da una domanda più semplice e più profonda: che cosa

significa realmente il termine “cognitivo” nel calcio?


Ed ecco perchè nasce questa guida.


Devo dire che, essendo io un

appassionato del “cognitivo”, ne ho quasi sentito il bisogno.


Piccola premessa: su circa 6000 parole che ci sono in questa guida, non

troverete nemmeno un’esercitazione preconfezionata.


Credo poco nel darle.


Preferisco dare spunti, farvi venire dei dubbi al quale darete poi voi

le risposte. Anche perchè poi, che divertimento ci sarebbe per voi se vi

dessi io delle esercitazioni?


Punto numero 1: tutti gli aspetti del gioco sono cognitivi, perché il calcio è

un gioco di problemi. Punto.


È un ambiente instabile, vissuto e reso tale da

compagni, avversari, spazi, traiettorie, emozioni, obiettivi e tempi che

cambiano continuamente. Ogni istante.



Un giocatore non riceve mai la stessa palla due volte nello stesso identico

contesto.


Anche quando il gesto tecnico sembra uguale, ciò che lo ha

preceduto e ciò che può seguirlo sono diversi.


Da qui nasce una frase che mi piace molto, ma che necessita di un

approfondimento: tutto ciò che è caos è cognitivo.


Qui, però, serve una precisazione.


Per caos non intendo disordine senza senso.


Non intendo costruire attività talmente complicate da non essere

più leggibili. Il caos del calcio è un caos organizzato: contiene regolarità,

relazioni, trigger e possibilità. Il giocatore deve imparare a riconoscere ciò

che conta dentro una situazione piena di informazioni.


Questa guida non vuole quindi proporre una moda metodologica.


Vuole offrire un modo di osservare il gioco e di progettare l’allenamento.

L’obiettivo non è far eseguire più velocemente una soluzione già decisa

dall’allenatore.


L’obiettivo è formare giocatori capaci di trovare, modificare e scegliere soluzioni mentre il contesto cambia.


Perchè i mezzi per raggiungere questo obiettivo li possiamo trovare

ovunque.


Un bambino che protegge il pallone da un “pirata”, un

adolescente che riconosce il terzo uomo e un adulto che adatta la propria

posizione dopo una pressione avversaria stanno facendo cose

tecnicamente diverse, ma condividono la stessa necessità: percepire,

interpretare e agire.


Questa è la sostanza dell’allenamento cognitivo nel calcio.


Guida completa all'allenamento cognitivo nel calcio per sviluppare percezione, decision making, adattamento e capacità di risolvere problemi di gioco attraverso esercitazioni rappresentative.

1. Che cosa significa davvero “cognitivo” nel calcio

La parola “cognitivo” deriva dal concetto di conoscenza. Diciamo che

riguarda i processi attraverso i quali una persona raccoglie informazioni,

attribuisce loro un significato, ricorda esperienze, risolve problemi e

sceglie come comportarsi.


Nel calcio questa definizione non può restare teorica così come scritta

sopra. Deve essere portata immediatamente dentro il campo.


Un giocatore svolge un’attività cognitiva quando:

● ricerca informazioni utili;

● distingue quelle rilevanti da quelle secondarie;

● collega ciò che vede con ciò che ha già vissuto;

● riconosce un problema;

● valuta possibilità differenti;

● compie una scelta;

● adatta la propria azione alle conseguenze prodotte.


Questi processi non avvengono anni luce prima del gesto tecnico come se

fossero una riunione separata nella testa del giocatore (per capire il

concetto dovete immaginarvi tanti personaggini nella testa del giocatore

che cercano tra gli archivi. Ci siamo capiti?).


Avvengono mentre il giocatore si muove, orienta il corpo, accelera,

rallenta, comunica, controlla la palla e modifica la propria posizione.


Un controllo orientato, per esempio, non è soltanto la capacità di ricevere

bene il pallone.


È anche, e soprattutto, la conseguenza di ciò che il giocatore ha percepito prima della ricezione: la posizione dell’avversario, lo spazio disponibile, il movimento di un compagno, la direzione nella quale vuole continuare l’azione.


Se il controllo è tecnicamente pulito ma porta il pallone verso la

pressione, non possiamo definirlo efficace solo perché è stato eseguito

bene dal punto di vista tecnico e coordinativo.


Questa è una prima distinzione fondamentale: un gesto può essere

corretto nella forma e sbagliato nel gioco.


Allo stesso modo, un passaggio non è solo il contatto tra piede e pallone.

È una comunicazione di intenzione. È un’interazione. La sua forza, la

direzione, il tempo e il piede sul quale viene indirizzato modificano ciò che

il compagno potrà poi fare. Ogni passaggio, ogni gesto, crea e chiude

possibilità.


La mia interpretazione metodologica parte da qui: non esiste un

“cognitivo” da aggiungere al calcio dopo aver allenato tecnica e tattica.


Il cognitivo è già dentro ogni comportamento calcistico, purché il giocatore

debba leggere informazioni e scegliere.


Questo significa anche che non tutte le attività definite cognitive lo sono

realmente in modo significativo per il calcio.


Un giocatore può svolgere un esercizio molto difficile, ricordare una

sequenza di colori e compiere movimenti rapidi senza però dover

interpretare alcuna informazione calcistica.


L’attività può allenare attenzione o memoria in senso generale, ma non è

automaticamente rappresentativa del gioco del calcio.


La domanda da porci non è quindi: “Quanto è complicato questo

esercizio?”. La domanda è: “Quali informazioni deve riconoscere il

giocatore per agire bene?”. E soprattutto: “Quali di queste centrano con il

gioco del calcio o possono essere collegate?”


Un’attività è cognitivamente “calcistica” quando il comportamento

dipende dalla relazione fra il giocatore e l’ambiente. Se la risposta è già

scritta, se il tempo è già stabilito, se la direzione è obbligatoria e se non

esistono alternative reali, il carico decisionale si riduce.


Attenzione però: questo non significa che ogni esercizio analitico sia

inutile (so che lo stavate già pensando!). Ci sono momenti nei quali isolare

un gesto, correggere una coordinazione o ripetere un’esecuzione può

avere valore. Il punto è non confondere quell’attività con l’allenamento

della capacità di utilizzare quel gesto nel gioco.


Allenare il cognitivo non vuol dire eliminare la tecnica. Vuol dire restituire

alla tecnica il suo significato: essere uno strumento per risolvere problemi.



2. Perché il calcio è un gioco di problemi

Il calcio è un gioco di problemi perché ogni azione contiene una domanda

alla quale il giocatore deve rispondere.


Dove posso ricevere? Devo avvicinarmi o allontanarmi? Posso giocare in

avanti? L’avversario sta chiudendo il passaggio o sta preparando la

pressione? Il compagno ha bisogno della palla sui piedi oppure nello

spazio? Devo accelerare l’azione o conservarne il controllo?


Queste domande, ovviamente, non vengono formulate a parole.


Emergon nella relazione con ciò che accade. Sono nella testa del giocatore.


Il gioco è complesso perché ogni elemento influenza gli altri. Il movimento

di un esterno modifica lo spazio del terzino. La pressione di una punta

condiziona la scelta del difensore.


La postura del portatore modifica i movimenti di chi gli sta vicino e di chi è lontano. Un passaggio corto può attirare, liberare o rallentare. Una conduzione può superare una linea ma anche togliere tempo a un compagno.


Questo è un dato di fatto: le azioni non sono indipendenti.


Da allenatori, però, possiamo cadere in una semplificazione pericolosa.


Possiamo osservare una giocata riuscita e attribuirla soltanto al giocatore

che ha toccato il pallone. Possiamo vedere un passaggio filtrante e

dimenticare il movimento che ha aperto la linea.


Possiamo giudicare un errore tecnico senza riconoscere che la scelta era stata resa quasi impossibile da posizioni, distanze o tempi precedenti. E magari a volte

pensare (o purtroppo dire/urlare) “ma come fai a sbagliare?!”.


Allenare cognitivamente significa anche educare il nostro sguardo. Quello

di noi allenatori. Significa smettere di leggere il gioco come una

successione di gesti isolati e iniziare a leggerlo come una rete di relazioni.


Quando dico che il calcio è caos, intendo che l’allenatore non può

conoscere in anticipo ogni evoluzione. Può preparare principi, creare

situazioni, offrire riferimenti e costruire abitudini, ma non può scrivere

tutte le azioni future.


La complessità però, come già detto, non è sinonimo di incomprensibilità.

Il gioco può essere osservato e interpretato. Possiamo riconoscere

regolarità, comportamenti ricorrenti e informazioni utili. Quello che non

possiamo fare è ridurlo completamente a una sequenza chiusa e

prevedibile.


Questa distinzione cambia il modo di allenare e di proporre situazioni ai

ragazzi.


Se penso che il calcio sia una serie di soluzioni corrette da memorizzare,

costruirò esercitazioni nelle quali i giocatori devono riprodurre ciò che ho

deciso.


Se penso che il calcio sia un ambiente di problemi, costruirò

situazioni nelle quali i giocatori devono riconoscere quando una

soluzione è possibile o quando non lo è più e come trasformarla.


Per esempio, posso allenare l’uscita dalla pressione facendo ripetere

sempre la stessa combinazione: difensore, centrocampista, terzino,


esterno. I giocatori possono imparare perfettamente le posizioni e i tempi

previsti. Ma se l’avversario si muove in modo diverso, la combinazione può

perdere significato.


Posso invece creare una situazione nella quale l’obiettivo sia superare una

linea di pressione, lasciando ai giocatori più possibilità: giocare dentro,

attirare fuori, condurre, utilizzare il terzo uomo, cambiare lato. In questo

caso la soluzione non è preconfezionata.


È il comportamento dell’avversario a rendere una possibilità più utile delle altre.


La seconda proposta è più vicina al gioco non perché sia più confusa, ma

perché conserva l’informazione principale: la scelta dipende da cosa

vogliamo che i nostri avversari facciano. E non da cosa i nostri avversari

fanno.


Differenza sottile. Ma necessaria e importantissima.


Per i bambini il problema può essere semplice: raggiungere una “nave”

libera senza farsi rubare il tesoro.


Per un squadra del settore giovanile può essere riconoscere quando occupare lo spazio alle spalle di una pressione. Per gli adulti può essere manipolare una struttura avversaria per liberare un giocatore tra le linee.


Cambiano i contenuti, ma resta la stessa logica: il giocatore deve leggere

una situazione e adattare il comportamento.


L’allenamento cognitivo nasce quando il problema è abbastanza chiaro

da essere vissuto e abbastanza aperto da non avere una sola risposta

obbligatoria.



3. I processi cognitivi che sostengono il gioco

Quando parliamo di cognizione possiamo distinguere diversi processi:

percezione, attenzione, memoria, problem solving e decision making (tra i

tanti). Questa distinzione è utile per capire ciò che accade, ma sul campo

questi processi lavorano insieme.


Tutto questo però non funziona come delle levette. Non è che il giocatore

attiva prima la percezione, poi spegne quella funzione, accende la

memoria e infine passa alla decisione. Tutto si sovrappone nel tempo.

Percepire non significa soltanto vedere


Due giocatori possono guardare la stessa situazione e percepire cose

differenti. Uno vede soltanto il pallone. L’altro coglie la postura del

difensore, la corsa di un compagno, lo spazio che si sta aprendo e il

tempo disponibile.


La percezione non è la registrazione passiva di tutto ciò che entra negli

occhi. È una ricerca orientata. Percepire è una decisione inconsapevole.

Un giocatore cerca informazioni in base a ciò che vuole fare e a ciò che

pensa possa accadere. Il portiere osserva il corpo di chi calcia. Il difensore


guarda la relazione fra palla e avversario. Il centrocampista controlla ciò

che avviene alle proprie spalle prima di ricevere.



Allenare la percezione non significa chiedere genericamente di “guardare”.

Significa creare situazioni nelle quali determinate informazioni diventino

necessarie per riuscire.


Se in un rondo il giocatore sa già a chi passerà la palla prima che l’azione

inizi, può alzare la testa senza raccogliere nulla di utile. Se invece le linee

cambiano, se l’opposizione è reale e se il compagno libero non è sempre

lo stesso, guardare diventa funzionale alla scelta. Diventa percepire.


L’attenzione seleziona ciò che conta


Il campo contiene più informazioni di quante un giocatore possa trattare

nello stesso momento. L’attenzione permette di selezionare.


Consiglio di approfondire le funzionalità dell’attenzione. Meritano uno studio a parte.


Qui compare uno dei grandi equivoci dell’allenamento cognitivo: pensare

che il giocatore migliore sia quello che riesce a prestare attenzione a

tutto. Non è così. Il giocatore efficace riconosce rapidamente quali

elementi meritano attenzione in quella situazione.


E gli altri li ignora.


Un difensore che deve scegliere se anticipare può concentrarsi sulla

distanza della palla dal piede dell’avversario, sull’orientamento del

ricevente e sulla presenza di copertura.


Se tenta di controllare nello stesso istante ogni giocatore del campo, rischia di perdere l’informazione decisiva.


L’attenzione deve quindi essere flessibile. A volte si concentra su un

dettaglio. A volte si allarga per leggere una configurazione più ampia. A

volte si sposta rapidamente dalla palla allo spazio e dallo spazio

all’avversario.


Negli esercizi possiamo allenare questa flessibilità modificando ciò che

rende possibile il raggiungimento dell’obiettivo. Non serve aggiungere

segnali estranei. È sufficiente che la soluzione dipenda da informazioni

diverse.


La memoria riconosce, non conserva soltanto.


Nel calcio la memoria non serve solo a ricordare una regola o uno

schema. Serve a confrontare ciò che sta accadendo con situazioni già

vissute.


Quando un giocatore riconosce una pressione già incontrata, non ripete

necessariamente la stessa azione.


Recupera una struttura all’interno della propria memoria: sa quali spazi potrebbero aprirsi, quali rischi sono presenti e quali movimenti possono provocare l’avversario.


Più esperienze rappresentative ha vissuto, più ricco diventa il suo

repertorio.


Qui nasce una mia convinzione: l’esperienza non coincide con l’età.


Un bambino può essere molto esperto rispetto a un determinato problema se

lo ha vissuto spesso in contesti variabili. Un adulto può avere molti anni di

pratica ma un repertorio limitato se ha sempre ripetuto situazioni simili e

guidate.


La memoria calcistica non è un archivio di soluzioni fisse. È una risorsa

che aiuta a riconoscere somiglianze e differenze.


Il problem solving apre possibilità

Un problema esiste quando l’obiettivo è chiaro ma il percorso non è già

deciso.


Se chiedo a un giocatore di superare un avversario, possono esistere

infatti più soluzioni: dribbling, combinazioni, conduzione per attirare,

cambio di direzione, protezione e giocata a sostegno. La qualità del

problema dipende dal fatto che le possibilità siano reali e collegate,

anche al comportamento degli altri.


Il problem solving non coincide con il “lasciare fare tutto”. L’ambiente può

avere regole, limiti e obiettivi precisi. Sono proprio questi vincoli a definire

il problema. A renderlo vivo.


Per esempio, in una partita in cui non si può passare a un compagno con

la stessa casacca, il giocatore deve aggiornare continuamente le relazioni

disponibili. La regola restringe certo alcune possibilità, ma apre la

necessità di cercarne altre.


Il problema diventa formativo quando costringe a esplorare senza

cancellare il significato calcistico.


Decidere significa scegliere nel tempo

Una decisione non è buona in assoluto. È buona in relazione al momento.

Un passaggio corretto nel gesto ma eseguito troppo tardi può diventare

sbagliato. Una conduzione può essere utile se attira un avversario e libera

un compagno. Un tiro da posizione difficile può essere la scelta migliore

negli ultimi secondi di una partita.


Il decision making contiene sempre un rapporto tra informazione, tempo,

obiettivo e soluzione.


Per questo motivo è riduttivo giudicare la decisione soltanto dall’esito. Un

passaggio può non riuscire ma nascere da una lettura corretta. Un’azione

può riuscire per caso nonostante una lettura povera.


L’allenatore deve osservare il processo, non solo il risultato. E indovinate

un po’? Deve essere bravissimo nel farlo. (Dura la vita dell’allenatore, eh).


Perchè come disse Zeman: “Il risultato è casuale, la prestazione no”.


Un unico comportamento, molti processi

Immaginiamo un centrocampista che riceve tra le linee.


Prima della ricezione ha osservato la posizione degli avversari.


Ha selezionato l’informazione più utile.


Ha riconosciuto una configurazione simile a quelle già vissute. Ha scavato, inconsapevolmente, nella sua memoria.


Ha valutato diverse possibilità. Ha orientato il corpo e ha scelto se giocare di prima, controllare o proteggere.


Non possiamo separare realmente queste componenti.


Possiamo analizzarle, ma il comportamento emerge dalla loro interazione.


Questa è la ragione per cui l’allenamento cognitivo più vicino al calcio non

cerca di allenare funzioni isolate.


Cerca di costruire situazioni nelle quali percezione, attenzione, memoria, soluzione del problema e decisione siano necessarie per agire.



4. Il gesto tecnico è la parte visibile di una decisione

Quando osserviamo un giocatore, la parte più evidente è il gesto: il

controllo, il passaggio, la conduzione, il tiro, il contrasto. È ciò che

possiamo vedere con maggiore semplicità e che spesso correggiamo per

primo.


Ma il gesto tecnico assomiglia alla punta di un iceberg. Sotto la punta

esistono informazioni raccolte, intenzioni, aspettative, pressioni, distanze

e possibilità di azione.


Questa immagine non deve essere utilizzata per sminuire la tecnica. Al

contrario, serve a capirla meglio. Una tecnica calcistica realmente efficace

non è una forma da riprodurre in modo identico, ma una capacità da

adattare al problema.


La stessa trasmissione può richiedere, in base alla situazione:

● più o meno forza;

● una traiettoria differente;

● un piede diverso;

● un tempo anticipato o ritardato;

● una palla sui piedi o nello spazio;

● un’esecuzione nascosta o dichiarata;

● un passaggio che accelera o che invita il compagno ad aspettare.


Il gesto cambia perché cambia la situazione. (O forse la situazione cambia

perchè cambia il gesto? Questo è il dilemma, Semicit).


Pensiamo a un difensore centrale che riceve dal portiere. Se non è

pressato può orientarsi in avanti, condurre e attirare. Se la punta arriva


velocemente da un lato, può controllare fuori dalla linea di pressione. Se il

centrocampista avversario oscura il passaggio interno, può utilizzare il

terzino o ricominciare.


La qualità tecnica del controllo non può essere

giudicata senza conoscere il problema che doveva risolvere.


Quindi tecnica e decisione non vanno sommate. Non sono la stessa cosa.

Vanno allenate nella loro relazione.


Questo non impedisce di lavorare analiticamente su un dettaglio. Un

giocatore può avere bisogno di migliorare la superficie di contatto, la

mobilità della caviglia o la coordinazione necessaria per un gesto.


Ma, dopo aver isolato il particolare, dobbiamo riportarlo dentro una

situazione nella quale il giocatore scelga quando e perché usarlo.


Altrimenti rischiamo di produrre giocatori capaci di eseguire il gesto

richiesto, ma non di riconoscere il momento nel quale quel gesto è utile.



Il corpo modifica ciò che il giocatore può percepire

Percezione e azione non sono due fasi completamente separate.


Il modo in cui il giocatore si muove modifica le informazioni a sua disposizione.


Un centrocampista che si orienta frontalmente rispetto alla propria porta

vede una parte del campo. Se riceve con il corpo aperto, può includere

nello stesso campo visivo palla, pressione e profondità.


Un attaccante che si muove in controtempo rispetto al difensore non sta soltanto creando spazio: sta modificando la relazione dalla quale potrà percepire e

attaccare la traiettoria.


Anche lo scanning, non è semplice moda. Girare la testa consente di

raccogliere un’informazione che verrà utilizzata.


Per allenare davvero la raccolta d’informazioni dobbiamo fare in modo

che ciò che il giocatore scopre prima della ricezione cambi quello che

potrà fare dopo.


Un esempio semplice : in una situazione di ricezione tra due porticine,

l’allenatore non assegna in anticipo la direzione. È la posizione del

difendente, o il movimento di un compagno, a rendere una porta più

vantaggiosa. Il giocatore deve controllare l’ambiente prima che arrivi la

palla. Se non lo fa, riceverà senza sapere verso quale spazio orientarsi.


Oppure, ancora, lo stesso principio può essere inserito in una situazione

di reparto: il mediano deve riconoscere se la pressione avversaria arriva

dall’interno o dall’esterno e adattare posizione, orientamento e scelta.


Non serve gridargli “GUARDA!”. Serve costruire una situazione nella quale

non guardare abbia una conseguenza reale.


L’intenzione dà significato alla tecnica

Ogni gesto comunica qualcosa.


Un passaggio forte sul piede lontano può invitare il compagno a

proseguire. Una palla più lenta può attirare pressione.


Una conduzione può segnalare che il portatore sta cercando di fissare un avversario.


Un controllo protetto può comunicare la necessità di sostegno.


La tecnica, quindi, non è soltanto individuale. È relazionale.


Il giocatore tecnicamente evoluto non è quello che produce sempre il

gesto più elegante. È quello che riesce ad adattare il gesto alle

informazioni presenti e all’intenzione condivisa con i compagni.


Allenare cognitivamente la tecnica significa restituirle contesto, avversari,

conseguenze e possibilità.



5. Il giocatore che sembra vedere tre secondi prima

A ogni allenatore è capitato di osservare un giocatore e pensare: “Sembra

che sappia già che cosa succederà”.


Ma ovviamente, non vede realmente il futuro. O almeno, credo, certe

qualità non le ho mai avute quindi non saprei dirvi. In ogni caso, quello

che fa è riuscire a leggere prima e meglio alcuni indizi.


Può riconoscere l’orientamento del portatore, la corsa di un avversario,

una distanza che si sta allungando, un compagno che sta attirando

pressione.


Mentre altri reagiscono quando lo spazio è già aperto, lui comincia a muoversi quando lo spazio sta per aprirsi.


La differenza non è soltanto nella velocità delle gambe. È nella qualità e

nel tempo della raccolta delle informazioni.


Ad esempio, ipotizziamo un giocatore che, trovandosi come collegamento

vicino alla palla, si allontana completamente da quella zona e riappare

qualche secondo dopo in uno spazio libero.


A un’osservazione superficiale sembra essersi estraniato dall’azione. In realtà ha riconosciuto prima degli altri dove sarebbe arrivata.


Questa capacità nasce dall’incontro fra esperienza, attenzione e

anticipazione.



Anticipare non significa indovinare

L’anticipazione è una previsione costruita su informazioni presenti.

Un difensore può leggere che l’attaccante sta preparando un controllo

perché la palla arriva lenta, il corpo è chiuso e il compagno che dovrebbe

sostenerlo è lontano.


Decide allora di accorciare. Non ha la certezza matematica che la giocata sarà quella, ma riconosce una possibilità sufficientemente probabile.


Il buon giocatore non elimina l’incertezza. Agisce dentro l’incertezza con

più riferimenti.


Questo passaggio è importante anche per l’allenatore. Se correggiamo

ogni scelta diversa da quella che avevamo immaginato, riduciamo lo

spazio nel quale il giocatore può imparare a prevedere, rischiare e

verificare.



Lo scanning è utile solo se cambia il comportamento

Guardare prima di ricevere è una parte importante della prestazione, ma

non deve diventare un rituale vuoto. Una cosa tanto per fare.

Le domande utili, mentre si scannerizza il campo, sono:


● che cosa ha cercato il giocatore?

● quando lo ha cercato?

● l’informazione era ancora valida al momento della ricezione?

● ha modificato postura o scelta?

● ha controllato di nuovo quando la situazione è cambiata?

Un solo sguardo nel momento giusto può essere più utile di tre movimenti

del capo eseguiti senza uno scopo.


Per i bambini possiamo introdurre questa necessità con giochi nei quali la

zona sicura cambia.


Magari con un “pirata” che può arrivare da direzioni differenti o con una porta che diventa disponibile in base a un segnale incorporato nel gioco.


Nel settore giovanile possiamo utilizzare situazioni con compagni alle

spalle, pressioni non prevedibili e obiettivi multipli. Il ricevente deve

riconoscere quale linea è libera prima che la palla gli arrivi.


Poi ovviamente possiamo aumentare la specificità tattica: ricezioni fra

linee, smarcamenti fuori dal campo visivo del portatore, riconoscimento

del lato debole e adattamenti alle rotazioni avversarie.


L’esperienza è qualità delle situazioni vissute


Un giocatore diventa esperto quando costruisce un repertorio ricco di

problemi riconoscibili, non semplicemente quando accumula anni.

Il tempo conta, ma conta soprattutto ciò che viene vissuto nel tempo.


Se un giovane incontra opposizioni differenti, deve raccogliere

informazioni, può sperimentare soluzioni e riceve feedback dalle

conseguenze del gioco, costruisce esperienza.


Se ripete sempre sequenze guidate nelle quali la risposta è già stabilita, può migliorare l’esecuzione ma non necessariamente la capacità di anticipare.


Allenare il giocatore che “vede prima” significa quindi esporlo a situazioni

che possiedono somiglianze con il gioco ma non ne sono copie identiche.


Deve riconoscere una struttura senza poter ricordare una risposta

meccanica.


L’esperto non sa sempre che cosa accadrà. Riconosce più velocemente ciò

che potrebbe accadere e prepara prima il proprio comportamento.



6. Progettare un ambiente realmente cognitivo

Un allenamento non diventa cognitivo perché l’allenatore lo definisce tale.

Lo diventa quando l’ambiente obbliga i giocatori a utilizzare informazioni

per raggiungere un obiettivo.


La progettazione deve quindi partire dal comportamento che vogliamo

far emergere, non dall’esercizio che vogliamo utilizzare.


Prima di disegnare cinesini e posizioni, possiamo farci quattro domande:

1. Quale problema di gioco voglio presentare?

2. Quali informazioni devono riconoscere i giocatori?

3. Quali soluzioni voglio rendere possibili, senza imporne una sola?

4. Come capirò se stanno realmente imparando ad adattarsi?


Queste domande evitano un errore frequente: scegliere un’esercitazione

perché è bella, dinamica o vista in un contesto professionistico, senza

sapere quale relazione abbia con i nostri giocatori.

Partire dal comportamento, non dalla forma


Supponiamo di voler allenare la capacità di superare una linea di

pressione.


Possiamo utilizzare un possesso, un gioco di posizione, una situazione a

settori o una partita. La forma però conta meno del problema che

contiene.


Per essere utile, la proposta dovrebbe permettere ai giocatori di:

● riconoscere come si orienta la pressione;

● capire se giocare dentro, fuori o alle spalle;

● attirare un avversario;

● creare un uomo libero;

● modificare la posizione in base alla palla;

● reagire se il possesso viene perso.


Se invece il superamento avviene sempre passando obbligatoriamente da

un giocatore prestabilito, il problema si riduce. I partecipanti possono

eseguire la sequenza senza leggere realmente la pressione.

Preservare le informazioni del gioco


Un ambiente che permette ai giocatori di “vivere” (tornerà spesso questo

concetto di ambiente che permette di vivere) non deve riprodurre undici

contro undici, dimensioni regolamentari e tutte le regole della partita.

Deve conservare le informazioni essenziali del comportamento che

vogliamo allenare.


Per un duello possono essere essenziali:

● una direzione;

● uno spazio da proteggere;

● un avversario reale;

● una conseguenza dopo il superamento.

Per una ricezione tra le linee possono essere essenziali:

● una pressione alle spalle;

● un portatore orientato in modo variabile;

● possibilità sia di giocare avanti sia di conservare;

● compagni che si muovono.


Per una proposta rivolta ai più piccoli può bastare un tesoro da

proteggere e una nave da raggiungere. La rappresentatività non è

soltanto tattica. È la presenza di una relazione significativa fra

informazione, scelta e azione.


Dare un obiettivo chiaro e lasciare aperto il percorso


La libertà totale non è automaticamente formativa. Se un’attività non ha

direzione, obiettivo o conseguenze, il giocatore può muoversi senza

incontrare un problema leggibile.


Allo stesso tempo, una proposta troppo prescritta cancella la scelta.

Il compito dell’allenatore è definire con chiarezza il “che cosa” e lasciare

uno spazio reale sul “come”.


Esempio: “Otteniamo un punto quando un giocatore riceve oltre la linea di

pressione e riusciamo a collegarci con un compagno”. L’obiettivo è

preciso. Le modalità per raggiungerlo possono essere diverse: passaggio

diretto, terzo uomo, conduzione, rotazione, cambio di lato.

Utilizzare i vincoli come informazioni


Spazio, numero di giocatori, tempo, punteggio, direzioni e regole

modificano ciò che emerge. Sono variabili da manipolare.


Un campo stretto può aumentare la pressione e rendere più frequenti

protezione e combinazioni corte. Un campo largo può favorire cambi di

gioco e duelli aperti. Una superiorità numerica può facilitare la


conservazione; una parità può aumentare la necessità di smarcarsi e

creare vantaggio dinamico.


Nessun vincolo produce automaticamente un comportamento. Lo rende

più o meno probabile.


Questa è una distinzione concreta. Se riduco lo spazio per “allenare il

gioco rapido”, potrei ottenere passaggi veloci, ma anche palloni casuali e

incapacità di orientarsi.


Devo osservare ciò che il vincolo sta realmente

producendo, non ciò che avevo scritto nella scheda. L’allenatore deve

essere un bravissimo osservatore di quello che succede. Di quello che il

campo racconta.


Il rumore deve avere una funzione


Si può usare il concetto di “Noise”, cioè elementi capaci di aumentare

incertezza e richiesta di adattamento.


Il concetto resta utile, purché non venga interpretato come disturbo

gratuito.


Un rumore funzionale può essere:

● un avversario che cambia zona di pressione;

● una porta che modifica valore;

● un jolly che entra o esce dall’azione;

● una transizione improvvisa ma legata alla perdita della palla;

● un punteggio che cambia le priorità;

● un compagno che assume un ruolo differente.


Un rumore poco funzionale è un segnale estraneo che obbliga il giocatore

a svolgere un compito senza relazione con il problema calcistico.


La domanda è sempre la stessa: l’informazione aggiunta aiuta il giocatore

a imparare qualcosa sul gioco oppure serve soltanto a rendere l’attività

più difficile?


Cercare una difficoltà produttiva


Un problema troppo facile non richiede adattamento. Un problema

troppo difficile produce spesso disorganizzazione, casualità o rinuncia.


Tra questi estremi esiste una fascia nella quale il giocatore comprende

l’obiettivo, incontra ostacoli, sperimenta soluzioni e può collegare le

proprie azioni alle conseguenze.


Non possiamo stabilire questa fascia soltanto sulla carta. Dipende dal

gruppo, dal momento, dalla stanchezza, dalle conoscenze precedenti e

dalle risposte che emergono.


Per questo la progettazione non finisce prima dell’allenamento. Continua

mentre l’allenamento vive. E noi dobbiamo esserne protagonisti.



7. Il ruolo dell’allenatore: creare, osservare, regolare

Se vogliamo formare giocatori autonomi, l’allenatore non può essere la

voce che risolve ogni situazione. Ma, attenzione… non deve nemmeno

scomparire.


Il nostro ruolo è molto complesso: progettare ambienti, osservare le

risposte, riconoscere ciò che sta emergendo e intervenire con la misura

necessaria.


Creare il problema


L’allenatore decide l’obiettivo, lo spazio, i numeri, le regole e le

conseguenze. Attraverso queste scelte costruisce il tipo di esperienza che

i giocatori potranno vivere.


Una proposta può invitare a giocare dentro, attaccare la profondità,

collaborare vicino alla palla, cambiare lato o reagire in transizione.

L’allenatore non garantisce che il comportamento emerga, ma prepara le

condizioni.


Siamo noi allenatori gli strateghi di tutto. E ne dobbiamo essere davvero

consapevoli.


Osservare prima di correggere


Quando un gioco inizia, la tentazione è intervenire subito.


Il passaggio non viene eseguito, il movimento arriva tardi, un giocatore

occupa lo spazio “sbagliato”. Ma prima di correggere dovremmo capire

che cosa sta producendo quel comportamento.


Il giocatore non ha visto l’informazione? L’ha vista ma ha scelto un’altra

soluzione? Non possiede la tecnica necessaria? Il compagno ha

modificato lo spazio? La regola non è chiara? La difficoltà è eccessiva?

Una correzione formulata senza diagnosi può eliminare il sintomo senza

sviluppare comprensione. Ci vuole pazienza.


Fare un passo indietro


Fare un passo indietro non significa lasciare i giocatori soli. Significa

concedere tempo all’esplorazione.


Un problema nuovo genera errori, tentativi e soluzioni incomplete. Se

l’allenatore interrompe dopo ogni azione, i giocatori imparano ad

aspettare la sua lettura. Se lascia che il gioco produca conseguenze,

possono iniziare a riconoscere autonomamente ciò che funziona.


Nei bambini questo spazio è ancora più importante. Il gioco perde forza

se viene interrotto continuamente da spiegazioni adulte.


Nel settore giovanile l’autonomia cresce quando i ragazzi possono confrontarsi e

modificare le proprie strategie. Negli adulti l’allenatore può affidare al gruppo responsabilità tattiche più precise, chiedendo di trovare adattamenti collettivi.


Intervenire quando serve.


Il principio “dare problemi, non soluzioni” è utile, ma non deve diventare

assoluto.


Ci sono situazioni nelle quali l’allenatore deve intervenire:

● quando manca sicurezza;

● quando il compito non è stato compreso;

● quando l’attività ha perso il proprio obiettivo;

● quando i giocatori non riescono a percepire l’informazione decisiva;

● quando un dettaglio tecnico impedisce qualsiasi esplorazione;

● quando il gruppo ha bisogno di un riferimento comune.


L’intervento può essere di diverso tipo: una domanda, una modifica del

campo, un feedback individuale, una dimostrazione breve, un confronto

fra compagni o un’indicazione diretta.


La qualità di un allenatore non non si giudica dal fatto che l’allenatore

parli poco o molto in assoluto. Si giudica dal fatto che il suo intervento

aumenti la capacità dei giocatori di leggere e agire senza sostituirsi

stabilmente a loro.


Fare domande utili


Una domanda non è automaticamente migliore di una spiegazione (a

volte si esagera quando si parla di fare domande ai ragazzi…)


Domande troppo generiche come “Che cosa potevi fare?” possono

produrre risposte casuali. Domande più mirate possono orientare

l’attenzione:

● “Da dove arrivava la pressione?”

● “Quale compagno non riuscivi a vedere?”

● “Che cosa è cambiato dopo la conduzione?”

● “Quando si è aperto lo spazio alle spalle?”

● “Quale possibilità avevi prima del controllo?”

L’obiettivo non è far indovinare al giocatore la risposta dell’allenatore. È

aiutarlo a ricostruire il legame fra informazioni, scelta e conseguenze.


Vietato innamorarsi della scheda d’allenamento

La scheda è un’ipotesi. Il campo è il test.


Possiamo preparare una progressione perfetta e scoprire che il primo

gioco richiede più tempo. Per questo io sulle mie schede di allenamento

non metto mai quanto deve durare una proposta. Non lo posso sapere

prima.


Possiamo pensare che una proposta sia difficile e vedere i giocatori

risolverla immediatamente. Possiamo dover tornare a una situazione

precedente oppure cambiare completamente una regola.


Questa flessibilità non è improvvisazione. È capacità di rispondere alle

informazioni che il gruppo ci fornisce.


L’allenatore bravo non è quello che costruisce l’esercizio più complesso. È

quello che sa osservare quando il problema è vivo e quando deve essere

trasformato.



8. Lo stesso principio, esperienze diverse per età

L’allenamento cognitivo non inizia in una categoria precisa e non termina

quando il giocatore diventa adulto. Cambia il modo nel quale il problema

viene presentato.


Con i bambini più piccoli l’ambiente può essere narrativo. Animismo e

gioco simbolico trasformano cinesini, palloni e zone in fiori, tesori, navi e

personaggi.


La storia non è una decorazione: rende leggibile l’obiettivo e

coinvolge il bambino dentro il problema.


Il tecnico deve usare poche regole, azioni immediate e molta possibilità di movimento.


Nell’attività di base possiamo aumentare progressivamente opposizione,

collaborazione e altri cambiamenti. Il bambino non deve soltanto guidare

il pallone, ma riconoscere uno spazio libero, proteggere da un avversario,

aiutare un compagno o cambiare obiettivo.


Nel settore giovanile il problema può diventare più vicino ai principi di

gioco: superare una pressione, riconoscere una superiorità, occupare lo

spazio liberato da un compagno, difendere in avanti, reagire alla perdita.

La complessità cresce, ma l’allenatore deve evitare di trasformarla in una

lezione teorica eseguita dai ragazzi.


Poi aumentano specificità, velocità e conseguenze tattiche. Possiamo

lavorare sulle relazioni fra reparti, sulle rotazioni avversarie e sui

comportamenti legati al modello di gioco. Anche qui, però, il giocatore

deve continuare a scegliere. L’esperienza non giustifica un allenamento

nel quale ogni movimento viene comandato.


Il principio resta identico: offrire problemi adeguati alle possibilità attuali,

senza togliere il desiderio e la necessità di trovare soluzioni.



9. Far progredire il problema senza distruggerlo

Per capire se una proposta è allenante non possiamo limitarci a contare

errori o azioni riuscite.


Dobbiamo osservare se i giocatori:

● raccolgono informazioni prima di agire;

● riconoscono possibilità differenti;

● modificano il comportamento dopo un errore;

● trasferiscono una soluzione in una situazione simile;

● comunicano per organizzarsi;

● diventano meno dipendenti dall’intervento del tecnico.


Un’attività che riesce bene può essere ancora utile. Può consolidare un

comportamento, renderlo più rapido o stabile sotto pressione. Diventa

povera quando viene risolta senza richiedere nuove letture.


All’opposto, molti errori non garantiscono apprendimento. Se i giocatori

non comprendono il problema, non collegano azione e conseguenza o

agiscono casualmente, dobbiamo semplificare.


Per regolare il compito possiamo cambiare proposta, modificare gli

stimoli interni oppure osservare quanto rapidamente il gruppo si adatta.


Da questa logica nasce la Regola delle 3 V: varietà di proposte, variabilità

di stimoli e velocità di adattamento. (leggi qui il mio articolo sulla Regola delle 3 V)


In questa guida è sufficiente introdurla. La sua applicazione richiede un

approfondimento dedicato, perché varietà e variabilità sono leve

utilizzate dall’allenatore, mentre la velocità di adattamento è soprattutto

una risposta da sviluppare e osservare nel giocatore.


Consiglio di andare quindi a leggere l’articolo su La Regola delle 3 V:

come utilizzare varietà e variabilità nell’allenamento calcistico.



10. Che cosa evitare quando parliamo di cognitivo

Il primo errore è confondere complessità e confusione. Se il giocatore non

capisce l’obiettivo e non riconosce le conseguenze delle proprie azioni, il

problema non è ricco: è illeggibile.


Il secondo è aggiungere colori, numeri o calcoli senza chiedersi quale

comportamento calcistico producano. Possono essere stimoli utili in

alcuni contesti, ma non trasformano automaticamente un esercizio in

allenamento cognitivo.


Il terzo è considerare ogni errore positivo (bisognerebbe parlarne anche

di questa storia degli errori). L’errore è utile quando il giocatore può

comprenderlo, collegarlo alla situazione e tentare un adattamento.


Il quarto è non intervenire mai. L’autonomia non nasce dall’assenza

dell’allenatore, ma da interventi che rendono progressivamente meno

necessario il suo aiuto.


Il quinto è cercare la difficoltà massima. La proposta migliore non è quella

che mette più elementi in campo, ma quella che presenta il problema

giusto a quel gruppo in quel momento.


Il sesto è separare completamente tecnica, tattica e cognizione. Il

giocatore non utilizza queste dimensioni in stanze diverse. Le integra per

risolvere il gioco.



Conclusione: Formare giocatori veloci

Quando parlo di giocatori veloci non penso soltanto a chi corre più forte.

Penso a chi legge prima, sceglie con il tempo disponibile e adatta l’azione

mentre il contesto cambia.


L’allenamento cognitivo non è una parte aggiuntiva della seduta. È il

modo in cui costruiamo situazioni nelle quali la tecnica acquista

significato, il problema resta vivo e il giocatore diventa responsabile delle

proprie soluzioni.


Il nostro compito non è eliminare il caos del calcio. È renderlo leggibile

senza impoverirlo.


Dobbiamo creare ambienti con obiettivi chiari, opposizione reale,

informazioni utili e più possibilità. Dobbiamo prima di correggere.


Dobbiamo modificare quando il problema non richiede più adattamento.

Dobbiamo guidare senza occupare tutto lo spazio.


Perché il giocatore che vogliamo formare non è un esecutore rapido della

nostra risposta.


È qualcuno capace di riconoscere la propria risposta

dentro il gioco.

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