IL PRIMO ALLENAMENTO DELLA STAGIONE: COME FAR INNAMORARE I RAGAZZI

Prima di insegnare, osservare. Prima di correggere, conoscere. Prima di chiedere tanto, far capire che tipo di ambiente vogliamo costruire.

Il primo allenamento della stagione può avere un obiettivo molto più semplice di quanto pensiamo.
Fare in modo che i ragazzi, tornando a casa, abbiano voglia di tornare immediatamente al campo il giorno successivo. Non devono volersene andare.
Quando iniziamo una nuova stagione abbiamo di solito tantissime cose da dire.
Abbiamo preparato principi, esercitazioni, idee di gioco, regole di squadra. Abbiamo immaginato per settimane ciò che vorremmo costruire e, appena vediamo finalmente i giocatori sul campo, nasce quasi automaticamente la tentazione di iniziare a trasferire e dire tutto insieme.
L’unica cosa, è che così, il primo allenamento rischia di diventare una presentazione accelerata della squadra che abbiamo nella nostra testa.
Io invece partirei proprio dalla direzione opposta.
Il mio primo giorno ideale è fatto soprattutto per osservare, conoscere e creare curiosità.
La frase che mi piace pensare è questa: il primo giorno dobbiamo iniziare a far innamorare i ragazzi.
Non significa organizzare un allenamento soltanto divertente, abbassare le richieste oppure cercare di essere simpatici a tutti. Significa fare in modo che il ragazzo inizi a intuire che tipo di percorso potrà vivere e che torni a casa pensando: “Domani voglio esserci”.
Non perché ha già capito come giocherà la squadra. Ma perché ha iniziato a capire come sarà stare dentro quella squadra. Dentro quell’ambiente.
ILIL PRIMO ALLENAMENTO DELLA STAGIONE STIAMO GIÀ ALLENANDO L'AMBIENTE
Il primo allenamento comunica molto più di quanto pensiamo.
Comunica attraverso ciò che diciamo, naturalmente e senza forzature, ma anche attraverso il modo in cui organizziamo il campo, quanto spazio lasciamo ai giocatori, come reagiamo agli errori, come si comportano i componenti dello staff e quali comportamenti scegliamo di rinforzare.
Quest'anno, iniziando il lavoro con un gruppo Under 17, mi sono posto proprio questo problema.
Quanto devo intervenire?
Quanto devo spiegare?
Quanto devo lasciare giocare?
La scelta è stata dare grande spazio al gioco, utilizzare molte situazioni di partita e limitare, soprattutto nella prima parte della seduta, i feedback correttivi.
Non perché gli errori non ci fossero.
Ce n'erano moltissimi ed era normale che fosse così. Era prevedibile e previsto.
Ma il primo giorno ero più interessato a capire chi avevo davanti piuttosto che a correggere immediatamente tutto ciò che vedevo.
Allo stesso tempo, io e lo staff abbiamo cercato di utilizzare molti rinforzi positivi.
Un ragazzo provava una scelta interessante anche se l'esecuzione non riusciva? Poteva essere il momento per rinforzarne l'intenzione.
Un giocatore reagiva immediatamente dopo una palla persa? Lo facevamo notare.
Un compagno comunicava, aiutava un altro o cercava spontaneamente una soluzione coerente con ciò che volevamo costruire? Anche quello diventava un segnale da valorizzare.
Il messaggio non è che era “va tutto bene”.
Il messaggio era differente: qui puoi provare, prendere decisioni, sbagliare e poi lavorare per migliorare.
SE VUOI CONOSCERE I GIOCATORI, DEVI FARLI GIOCARE
Il primo giorno eviterei quindi di riempire la seduta con esercitazioni estremamente guidate.
Se imposto tutto io, rischio di osservare soprattutto la capacità dei ragazzi di seguire le mie indicazioni.
Se invece propongo situazioni più aperte posso iniziare a vedere il loro modo naturale di interpretare il gioco.
Una partita con numeri e spazi sufficientemente vicini alla gara può raccontarci moltissimo.
Chi cerca la palla?
Chi si nasconde?
Chi riconosce spazio davanti e prova ad avanzare?
Chi gioca sempre nello stesso modo indipendentemente dalla pressione?
Chi prende informazioni prima di ricevere?
Come reagiscono i giocatori quando perdono palla?
Chi comunica con i compagni?
Chi sembra cercare continuamente l'approvazione dello staff?
Queste domande non richiedono necessariamente un'interruzione.
Anzi, se fermiamo il gioco ogni volta che vediamo qualcosa di interessante rischiamo di smettere di osservare ciò che sarebbe successo dopo.
Dobbiamo far giocare.
Per questo nel primo allenamento mi interessa molto anche il silenzio dello staff.
Certo… non un silenzio passivo.
Ma un silenzio nel quale stiamo guardando, ci stiamo confrontando, prendendo appunti mentali o reali e costruendo le prime ipotesi.
Il ragazzo che dopo un errore rimane fermo per tre secondi ci sta dando un'informazione.
Il difensore che, pur avendo venti metri liberi davanti, cerca immediatamente il compagno laterale ce ne sta dando un'altra.
Il centrocampista che prima di ricevere controlla due volte ciò che ha alle spalle ci racconta qualcosa ancora diverso.
Attenzione: ovviamente il primo allenamento non serve per dare un giudizio definitivo su questi comportamenti.
Serve per iniziare a vederli. Serve per iniziare a conoscere.
NON CONOSCERE TROPPO PRESTO
C'è però un rischio opposto: trasformare le prime impressioni in etichette.
Dopo una seduta è molto facile dire “questo è timido”, “questo non ha personalità”, “questo non vede gioco”, “questo è un leader”.
Bisogna fare attenzione.
Il primo giorno vediamo un giocatore in una situazione nuova, con compagni, staff, richieste e magari ruolo differenti da quelli ai quali era abituato.
Possiamo formulare ipotesi, non sentenze.
“Quando riceve spalle alla porta sembra prendere poche informazioni prima.”
“Quando perde palla tende a uscire per qualche secondo dall'azione.”
“Cerca molto la comunicazione con i compagni.”
Sono osservazioni più utili perché nelle sedute successive possiamo verificarle.
Magari scopriremo che il primo comportamento era legato soltanto alla tensione iniziale. Oppure che si ripete e diventa realmente qualcosa sul quale lavorare.
Conoscere rapidamente i giocatori è importante. E passa dalle nostre capacità di osservazione…
TANTA PARTITA, MA NON “PARTITA E BASTA”
Dire che il primo allenamento dovrebbe contenere molto gioco non significa semplicemente lanciare una palla e aspettare novanta minuti.
Anche una seduta molto giocata deve avere una progettazione.
Possiamo per esempio iniziare con un gioco semplice che faccia entrare rapidamente i ragazzi nel clima della seduta, passare poi a una situazione con numeri medi e concludere con una partita più ampia.
La logica è permettere progressivamente alle relazioni di diventare più simili a quelle della gara.
Una possibile proposta di primo allenamento può essere questa.
Prima parte: un gioco di possesso molto semplice, con squadre piccole, poche regole e alta partecipazione. Lo utilizziamo soprattutto per attivare e iniziare a osservare comunicazione, disponibilità a giocare e qualità delle relazioni.
Seconda parte: 5 contro 5 o 6 contro 6 con porte o miniporte, in uno spazio che obblighi a scegliere continuamente se avanzare, giocare, proteggere o cambiare direzione.
Terza parte: partita 8 contro 8, 9 contro 9 o con i numeri che la rosa permette, su uno spazio sufficientemente grande da far emergere comportamenti più vicini alla gara.
Qui metterei davvero pochi vincoli.
Se abbiamo un principio che vogliamo iniziare appena a mostrare, possiamo farlo con un feedback breve o con una semplice manipolazione del punteggio, senza trasformare l'intero allenamento in una lezione su quel principio.
Il primo giorno mi interessa più vedere cosa esiste già invece che dimostrare quanto siamo preparati noi allenatori.
COSA NON FAREI IL PRIMO GIORNO
La prima cosa è, ripeto, voler spiegare troppo.
Il discorso iniziale può essere utile. Anzi è fondamentale, ovviamente. Ma non credo debba diventare una conferenza sul modello di gioco, sui valori, sui principi, sulle regole e su tutto ciò che verrà fatto nei prossimi nove mesi.
I ragazzi ricordano poco, hanno tendenzialmente capacità di attenzione non elevata e soprattutto non hanno ancora esperienze condivise alle quali collegare quelle parole. Prima bisogna “fare fatti”. Poi parole collegabili a quei fatti.
Preferisco dire poche cose e lasciare che il significato si costruisca successivamente attraverso ciò che verrà vissuto.
E ripeto, perchè è davvero troppo importante: lasciamo giocare. Soprattutto il primo giorno. Se ogni due minuti interrompiamo la partita per correggere una posizione, una distanza o una scelta, perdiamo proprio una delle informazioni che il primo giorno ci interessa maggiormente: come giocano i ragazzi quando siamo noi a non dare loro continuamente la soluzione.
Non riempirei inoltre la (prima) seduta di feedback correttivi individuali.
Non perché il feedback correttivo sia negativo, ma perché dobbiamo scegliere il momento giusto per darlo.
Se abbiamo appena conosciuto un giocatore, non sappiamo ancora neppure bene come riceve quel tipo di comunicazione. Perchè ogni ragazzo, sicuramente, ha bisogno di un tipo di feedback diverso.
Il primo giorno può essere molto più utile iniziare a costruire fiducia e capire progressivamente quale forma di feedback funziona con ciascuno.
RINFORZARE L'INTENZIONE, NON SOLTANTO L'ESITO
Uno degli aspetti più interessanti del primo allenamento riguarda il tipo di comportamento che scegliamo di rinforzare.
Se elogiamo soltanto ciò che riesce tecnicamente, rischiamo di mandare un messaggio incompleto.
Un giocatore vede uno spazio, prova un passaggio capace di superare una linea avversaria ma sbaglia di poco la misura.
Possiamo limitarci all'errore tecnico e non dire niente oppure riconoscere che la lettura era interessante e successivamente lavorare sull'esecuzione. Sono grosse differenze. Preferendo la seconda, si dà subito un segnale forte.
Un difensore esce in pressione con il tempo corretto ma viene saltato da una grande giocata dell'avversario.
Il risultato dell'azione non rende automaticamente sbagliata la decisione.
Questo modo di leggere gli episodi è estremamente importante nei primi giorni perché comunica ai ragazzi cosa guardiamo.
Non vogliamo soltanto giocatori che evitino l'errore.
Vogliamo giocatori che imparino a interpretare le situazioni.
Il feedback positivo può quindi diventare uno strumento per indicare quali intenzioni consideriamo interessanti, senza però trasformarsi in approvazione generica di qualsiasi comportamento.
IL PRIMO ALLENAMENTO DEVE LASCIARE DOMANDE ALLO STAFF
A fine seduta quello che non ci deve interessare è uscire dal campo pensando di avere già capito la squadra.
Mi interessa uscire con domande migliori rispetto a quelle con cui ero entrato.
Perché i centrali non guidavano quando avevano spazio?
I giocatori più avanzati venivano tutti incontro perché è una loro abitudine o perché il portatore non riusciva a trovare altre soluzioni?
Perché dopo la perdita alcuni ragazzi reagivano immediatamente e altri no?
Chi sembra avere bisogno di più fiducia per esporsi nel gioco?
Quali relazioni sono già molto naturali e quali sembrano ancora assenti?
Queste domande diventano materiale per il secondo giorno. E così via.
Ed è qui che il primo allenamento trova davvero senso dentro una preparazione più ampia.
Non deve risolvere i problemi.
Deve iniziare a renderli visibili.
IL GIORNO DOPO COMINCIA GIÀ UN'ALTRA FASE
Se il primo giorno abbiamo osservato bene, il secondo giorno potremo iniziare a fare uno di quei piccoli passi che passo dopo posso, sommandoli tra di loro, ti portano a raggiungere i tuoi obiettivi.
Dopo il primo giorno abbiamo informazioni che possono modificare ciò che avevamo programmato.
Magari avevamo pensato di introdurre subito un determinato principio e scopriamo che il gruppo ha una difficoltà precedente che rende quel lavoro prematuro.
Oppure scopriamo che una competenza che pensavamo di dover costruire è già presente e possiamo partire da un livello differente.
Questa è, secondo me, una delle idee più importanti della preparazione: il programma deve poter essere modificato dal campo (come sempre in realtà, non solo in fase di preparazione)
Arriviamo con una direzione, ma dobbiamo avere la curiosità di verificare se quella direzione ha senso per i giocatori che abbiamo realmente davanti.
Per questo il primo giorno non è un giorno da riempire.
È un giorno da utilizzare bene.
FAR INNAMORARE NON SIGNIFICA PROMETTERE CHE SARÀ FACILE
C'è un ultimo “misunderstanding” che vorrei evitare.
Far innamorare i ragazzi non significa far credere loro che ogni allenamento sarà semplice, leggero o divertente.
Durante una stagione ci saranno sedute difficili, correzioni, richieste elevate, momenti nei quali il giocatore sarà frustrato e altri nei quali dovremo pretendere molto di più.
Il punto è costruire fin dal primo giorno la sensazione che tutto questo abbia un senso.
Che l'allenatore osserva prima di giudicare.
Che lo staff prova a conoscere la persona oltre al ruolo.
Che l'errore può diventare materiale di lavoro.
Che il gioco rimane il centro dell'esperienza.
Che ai ragazzi verrà chiesto di pensare, scegliere e assumersi responsabilità.
Se al termine del primo allenamento il giocatore torna a casa con questa curiosità, abbiamo già seminato qualcosa.
Non abbiamo costruito il modello di gioco.
Non abbiamo risolto i problemi della squadra.
Probabilmente non conosciamo ancora davvero nessuno.
Ma abbiamo iniziato il processo nel modo giusto.
E il giorno dopo possiamo tornare sul campo, osservare di nuovo e cominciare lentamente a capire cosa vale la pena coltivare.


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