La Regola delle 3 V: come usare la variabilità nell’allenamento calcistico
- Andrea Cavalli

- 3 giorni fa
- Tempo di lettura: 9 min
Allenamento cognitivo nel calcio: la Regola delle 3 V per progettare esercitazioni efficaci
Dal caos del gioco alla regolazione del compito.
Nella guida sull’allenamento cognitivo abbiamo affrontato insieme il quadro
generale, rispondendo a questa domanda: perché il giocatore non esegue
semplicemente gesti tecnici, ma percepisce informazioni, riconosce problemi,
sceglie e adatta continuamente il proprio comportamento?
Qui non ripartiamo da capo.
Ci concentriamo, tra poco, su una sfida, per noi allenatori, molto più specifica e concreta: come possiamo progettare un ambiente che obblighi sempre i giocatori a variare, percepire e adattarsi, senza trasformare l’allenamento in confusione totale? (Che, ovviamente, sarebbe improduttiva…)
La risposta che propongo è… la Regola delle 3 V!
1. varietà di proposte;
2. variabilità di stimoli;
3. velocità di adattamento.
La regola delle 3 V è un modello molto pratico, non una formula rigida o schema da seguire alla lettera.
Ci serve per osservare il campo e per capire quando mantenere un “noise”, quando modificarlo e quale tipo di risposta stiamo cercando nei giocatori.
Perchè così come un mare agitato rende esperto un marinaio, anche il calcio può
formare giocatori esperti quando (e se) li espone a situazioni che non possono
essere risolte sempre nello stesso modo.
Ma, attenzione: il mare deve essere mosso, non ingestibile. Creare difficoltà non significa togliere senso al gioco. O inventarsi cose assurde.
Il problema: quando un’esercitazione smette di chiedere adattamento
Immaginatevi la scena: prepariamo la seduta, disegniamo gli spazi, scegliamo
numeri, obiettivi, tempi e progressioni.
Poi entriamo in campo e quello che scopriamo è che l'allenamento (o anche solo una proposta di quelle preparate) non viene come l’avevamo immaginato.
A volte, magari, è troppo difficile: i giocatori non riconoscono il problema (o
addirittura l’obiettivo), magari perdono palloni in modo casuale e non perchè sono
sotto sforzo cognitivo e non riescono a collegare le proprie azioni alle intenzioni.
Altre volte, invece, succede l’esatto opposto: i giocatori trovano subito una
soluzione stabile e la raggiungono l’obiettivo senza dover raccogliere nuove
informazioni.
Ci arrivano facilmente.
In entrambi i casi l’allenatore deve essere un grande osservatore. Deve infatti
leggere le risposte del gruppo.
Deve…sentire quello che il campo dice. Ascoltare
quello che il campo racconta. Perchè ricordiamocelo: la scheda di allenamento è
un’ipotesi, non un contratto da rispettare a ogni costo.
Proprio questo è il momento nel quale entra in campo con il numero 10… la
variabilità nell’allenamento calcistico.
Attenzione però.
Variabilità non vuol dire cambiare proposta ogni cinque minuti e nemmeno per aggiungere un milione di regole soltanto perché quella proposta “sta venendo troppo bene”.
Una proposta può anche continuare a essere utile anche quando viene eseguita
con successo: può consolidare un comportamento, renderlo più rapido o verificarlo sotto pressione.
Magari non fa scoprire nessun comportamento “nuovo”.
Ma anche consolidare è utile.
La modifica diventa necessaria quando ci accorgiamo che il compito non richiede
più una lettura significativa.
Quando vediamo che una soluzione domina indipendentemente da ciò che fanno gli avversari. Quando ormai, la possono quasi raggiungere ad occhi chiusi.
Quando i giocatori non devono più adattarsi, ma soltanto ripetere.
Il videogioco e i livelli: una metafora utile, non una legge.
Avete mai visto un bambino completare un livello di un videogioco?
Oppure, anche voi stessi, se state giocando a un livello di un videogioco che succede?
All’inizio proviamo, sbagliamo, cerchiamo strade diverse, comprendiamo pian piano le regole e riconosciamo i pericoli.
Quando lo superiamo, che succede?
Vogliamo accedere al livello successivo. Mica rifare lo stesso. Ma non perché quello
precedente sia diventato improvvisamente inutile, ma perché non ci presenta più lo stesso grado di scoperta. Oppure, ancora più semplicemente, lo stesso grado di
divertimento.
Nel calcio può accadere qualcosa di meravigliosamente simile.
Una situazione all’inizio problematica viene progressivamente interpretata. I giocatori man mano costruiscono riferimenti, coordinano le azioni e le intenzioni e riducono gli errori ripetuti.
Il nostro ruolo, sia chiaro, non è cambiare automaticamente appena il gioco
diventa bello da vedere.
È capire se il livello è stato davvero superato.
Capire se l’obiettivo è stato realmente compreso.
Ci sono almeno tre possibilità in questi casi:
● il problema è ancora “vivo” (mi piace molto il concetto che gli ambienti di
allenamento siano “vivi”) e i giocatori stanno esplorando;
● la soluzione si sta consolidando e merita altro tempo per giungere a
risoluzione consolidata;
● il contesto è diventato prevedibile e richiede un cambiamento. Anzi,
un’evoluzione.
L’allenatore deve essere bravissimo (così come in tutto ) nel distinguere queste
situazioni.
Altrimenti rischia due estremi: interrompere l’apprendimento per la fretta di cambiare oppure conservare troppo a lungo un’attività che non chiede più nulla
di nuovo.
E non va bene. La soluzione sta nel mezzo.
La Regola delle 3 V
Le tre V non si trovano tutte sullo stesso piano.
Varietà di proposte e variabilità di stimoli sono due variabili (un po’ come se
fossero delle leve) nelle mani dell’allenatore. Che grazie a queste può manipolare gli allenamenti.
La velocità di adattamento è soprattutto una risposta che vogliamo sviluppare e
osservare nei nostri giocatori. è uno dei risultati che contano davvero. .
La regola può essere letta così: l’allenatore offre stimoli /problemi differenti e
modifica le condizioni del problema; il giocatore invece deve riconoscere ciò che è
cambiato e adattare il proprio comportamento con crescente rapidità e autonomia.
Più un giocatore passa del tempo a contatto con esperienze del genere, più diventa esperto.
Anche a 19 anni. Chiedere a Cubarsì per conferma.
1ª V — Varietà di proposte: cambiare il problema senza perdere il
principio
Varietà non vuol dire riempire la seduta di esercizi scollegati, cacciandoci dentro
qualsiasi cosa ci venga in mente.. Un’allenamento con dieci attività diverse può
essere sicuramente molto varia nella forma, ma povera nel contenuto.
La varietà è utile quando ci aiuta a porre problemi differenti collegati allo stesso
principio di gioco.
Immaginiamo un 4 contro 4 più 2 jolly.

L’obiettivo iniziale è trovare un giocatore oltre una linea di pressione avversaria. I giocatori possono riuscirci attraverso un passaggio diretto, una conduzione che attira, un terzo uomo o un cambio di lato.
L’importante è che il pallone superi la lineadi meta attraverso un passaggio su un invasore.
Se il gruppo di giocatori continua a incontrare difficoltà nel raggiungere l’invasore
(obiettivo di questo gioco), non c’è motivo di cambiare soltanto per seguire la
scaletta. Possiamo continuare con la stessa proposta,, osservare le strategie e
intervenire sul minimo necessario. E cambiare quindi rispetto al piano.
Perchè la flessibilità è fondamentale se vogliamo fare gli allenatori. Anzi, “essere
allenatori” come scrive un maestro in uno dei suoi più recenti libri (Antonio Conte, in Dare tutto, chiedere tutto)
Se invece l’invasione viene trovata stabilmente nello stesso modo e l’opposizione
non riesce più a bloccare il comportamento che emerge, ecco possiamo cambiare il problema mantenendo il principio.

Per esempio: il primo invasore, dopo aver ricevuto, deve collegarsi con un secondo giocatore entrato da un altro canale. La proposta passa dalla semplice invasione alla doppia invasione e alla ricerca del terzo uomo. Il principio resta lo stesso (il superamento della pressione). Il problema, però, richiede
nuove relazioni e interpretazioni.
Cambia, sostanzialmente, proprio la proposta perchè emergono nuovi comportamenti:
● - il primo giocatore ora deve preparare la giocata successiva;
● - il secondo (terzo uomo) deve leggere il momento nel quale invadere;
● - i compagni devono riconoscere chi attira e chi attacca lo spazio;
● - la squadra in difesa deve adattare coperture e pressione.
La varietà funziona quando amplia il repertorio dei comportamenti che possono
emergere senza trasformare la seduta in una collezione di giochi o elenco infinito
di proposte.
2ª V — Variabilità di stimoli: modificare le condizioni dello stesso problema
Con la seconda V il problema centrale rimane lo stesso, nel senso che l’obiettivo
non cambia,, ma alcune condizioni cambiano.
Possiamo manipolare altri fattori.
Gli stimoli sono tutti quegli elementi che modificano le informazioni disponibili ai
giocatori e rendono necessaria una nuova lettura.
Così come si può leggere nella guida all’allenamento cognitivo si possono chiamare “noise”, cioè rumori (continuo a trovare utile questa parola, a patto di non confondere il rumore funzionale con il disturbo gratuito e inutile ai fini del gioco del calcio).
Possiamo manipolare (mi piace tantissimo anche questo concetto di manipolare):
● - forma e dimensione dello spazio;
● - numero dei giocatori;
● - posizione e funzione dei jolly;
● - direzione dell’attacco;
● - modalità di ripresa;
● - tempo disponibile;
● - punteggio;
● - presenza di transizioni;
● - superiorità o inferiorità temporanee;
● - pressione competitiva ed emotiva.
Torniamo al 4 contro 4 più 2.: possiamo, ad esempio, restringere il campo per
aumentare la pressione nello spazio di azione, oppure allargarlo per rendere più
importante il riconoscimento del lato debole.
Possiamo rendere bloccati i jolly e usarli solo come sostegni, introdurre una
transizione dopo la perdita o, ancora, attribuire valore doppio a un’invasione
successiva a un recupero del possesso.
Ogni modifica deve avere una ragione. Deve avere un tipo: restringere lo spazio non garantisce automaticamente decisioni più rapide.
(Giusto per sfatare un po’ il mito dell’allenare in spazi stretti per aumentare la
velocità decisionale).
Questo perchè può produrre giocate casuali, non intenzionali.
E quindi.. inutili.
Inserire invece una classifica non rende automaticamente i giocatori più forti
emotivamente (antifragili). Può sicuramente aumentare coinvolgimento e
responsabilità, ma anche generare paura dell’errore se viene gestita male.
Per questo gli stimoli emotivi vanno graduati.
Vanno gestiti.
Indovina un po’?
Dobbiamo essere bravissimi noi allenatori a utilizzare bene questi strumenti.
Possiamo utilizzare tornei brevi, possibilità di rimonta, punteggi significativi,
responsabilità individuali dentro un obiettivo collettivo e situazioni di vantaggio o
svantaggio.
Ovviamente non serve provocare personalmente i giocatori. Serve
creare tensioni calcistiche che i giocatori possano imparare a gestire.
3ª V — Velocità di adattamento: riconoscere il cambiamento e riorganizzarsi
La terza V non chiede semplicemente di giocare più velocemente (come spesso si
sente sui campi: “GIOCA VELOCE!” o “GIOCA A UN TOCCO!” e tante altre… frasi)
La velocità di adattamento è la capacità di riconoscere che il contesto è cambiato
e modificare il proprio comportamento prima che la vecchia soluzione diventi
inefficace.
Ripeto: è la capacità di percepire e adattare. E tutto avviene molto velocemente.
Possiamo osservarla attraverso alcuni segnali:
● quanto tempo il giocatore ci mette per comprendere una nuova condizione;
● se gli stessi errori vengono ripetuti oppure corretti (e se succede in
autonomia);
● se una soluzione viene poi trasferita in una situazione simile e, magari, un
contesto reale di partita;
● se emergono risposte differenti;
● se i compagni interagiscono tra di loro e si riorganizzano;
● e, dulcis in fundo, quanto il gruppo dipende dalle indicazioni dell'allenatore.
Chiariamo un altro aspetto: un giocatore esperto non agisce sempre in modo
inconsapevole.
A volte lo fa anche con consapevolezza.
Sicuramente automatizza molte letture ricorrenti e libera risorse attentive per ciò che è nuovo (scientificamente si potrebbe dire che, durante i comportamenti a lui riconosciuti, risparmia “zuccheri decisionali”. Invito ad approfondire la fatica decisionale).
Nel nostro esempio, dopo aver introdotto la doppia invasione, possiamo guardare
e capire chi riconosce per primo il nuovo spazio, chi continua a cercare soltanto la
soluzione precedente e chi aiuta i compagni a riorganizzarsi.
Capiremo quindi chi è molto veloce ad adattarsi e chi invece, ci deve ancora arrivare.
La terza V riguarda quindi il giocatore, ma riguarda, eccome (e in realtà come
sempre) anche l’allenatore.
Se spieghiamo ogni adattamento prima che venga vissuto, se diamo noi la soluzione prima che venga trovata, vedremo l’esecuzione della nostra risposta, non la capacità del gruppo di costruirne una.
Il formatore come progettista e osservatore
La Regola delle 3 V esiste soltanto se c’è un allenatore (o formatore) capace di
alternare presenza diretta e, quando serve, qualche passo indietro.
L’allenatore deve creare ambienti ricchi di informazioni, pullulanti di problemi ed
emozioni.
Ma deve anche permettere ai giocatori di abitarli. Di... viverli.
Se interrompe ogni errore, prescrive ogni movimento e anticipa ogni soluzione,
l’ambiente può sembrare complesso senza esserlo realmente per chi gioca.
L’allenatore deve essere bravo a osservare alcuni punti, tra i quali:
1. quale informazione stanno utilizzando i giocatori;
2. quale soluzione sta emergendo;
3. se esistono alternative reali;
4. se la difficoltà è produttiva;
5. quale modifica minima può riaprire il problema.
Da questa osservazione nasce un ciclo pratico molto semplice, ma non scontato.
Ciclo che le 3 V comportano: obiettivo → proposta → risposta dei giocatori → diagnosi → eventuale modifica → nuovo adattamento.
E sfatiamo un altro bel mito. La progressione non esiste. È il campo che parla. Anzi,
sono i giocatori a farlo attraverso le loro posizioni, i tempi, gli errori, le interazioni e
le soluzioni.
Tre errori da evitare
Il primo è cambiare troppo presto.
I giocatori hanno bisogno di tempo per esplorare e consolidare. A me capita spesso che i primi minuti di ogni proposta sto completamente in silenzio per osservare e valutare quello che succede.
Il secondo è manipolare troppe variabili insieme. Se cambiamo spazio, numeri,
punteggio e direzione nello stesso momento, diventa difficile capire che cosa abbia prodotto la nuova risposta.
Il terzo è credere che più errori significhino sempre più apprendimento. Gli errori
sono utili quando il giocatore può comprenderli e adattarsi. Se l’attività produce
soltanto casualità, il livello non è allenante: è illeggibile.
Conclusione — Un mare mosso, non ingestibile
Le 3 V non servono a rendere ogni esercitazione più difficile. Servono a mantenere
vivo il rapporto tra giocatori, il problema e la soluzione.
La varietà amplia le esperienze. La variabilità modifica le informazioni. La velocità
di adattamento mostra quanto il giocatore riesca a riconoscere il cambiamento e
riorganizzarsi.
Come abbiamo già detto, così come un mare agitato rende esperto un marinaio, un ambiente vivo può rendere il giocatore più capace di navigare l’incertezza e
adattarsi ad essa.
Ma l’allenatore deve scegliere onde che possano essere affrontate, non una tempesta nella quale ogni azione perde significato.
Per analizzare il quadro completo, cioè che cosa significa cognitivo nel calcio, come si collegano percezione, decisione e tecnica e quali caratteristiche deve avere un ambiente che funziona, il riferimento resta la guida sull’allenamento cognitivo.
La regola delle 3 V inizia proprio lì.
Esattamente dove quella guida apre il problema reale: quando il contesto esiste, come lo facciamo evolvere senza togliere ai giocatori il diritto e il dovere di trovare le proprie soluzioni?



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