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Chiara Orlando: ripartire da zero, senza smettere di inseguire il proprio sogno

  • Immagine del redattore: Blog Coaches!
    Blog Coaches!
  • 6 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

"Mi chiamo Chiara Orlando e il calcio è parte integrante dei miei pensieri quotidiani.


Chiara Orlando, allenatrice del Villorba Treviso e protagonista di The Bench of Coaches

Quando sono dentro a un campo di calcio, tutto il resto scompare magicamente.


Questa passione me l’ha trasmessa mio nonno, ex calciatore professionista, che da quando avevo sette anni mi ha accompagnata a giocare per tutti i campi del Nord-Est, finché ha potuto.


È stato merito suo anche se ho iniziato ad allenare.


Un’estate, quando avevo quindici anni, mi fece vivere l’esperienza di un camp per i bambini della mia città, Monfalcone, coordinato da un suo amico.


Da quella volta non ho più smesso.


Nel settembre dello stesso anno iniziai a dare una mano con i Piccoli Amici. Le iscrizioni, però, erano talmente numerose che mi affidarono immediatamente un gruppo: il più piccolo.


Oggi quei bambini hanno trentun anni.


Incredibile.


Inizialmente ho portato avanti contemporaneamente sia il percorso da giocatrice sia quello da allenatrice, anche se forse sarebbe più corretto dire educatrice, perché mi occupavo sempre dei più piccoli: Piccoli Amici, Primi Calci e Pulcini.


Ricordo molto bene che erano tutti stupiti nel trovare una ragazza alla guida di una squadra.


Purtroppo, a causa di un grave problema alla caviglia, ho dovuto abbandonare molto presto il calcio giocato. Questo ha rafforzato ulteriormente la mia strada come allenatrice.


Ho iniziato a studiare e a seguire i diversi corsi: prima quelli per istruttori CONI-FIGC e successivamente il corso UEFA B.


Nel frattempo cominciavo ad avvicinarmi alle categorie dei più grandi.


Ho allenato gli Esordienti come prima allenatrice e, contemporaneamente, ho lavorato nei Giovanissimi, nella Juniores regionale e in prima squadra come collaboratrice, occupandomi soprattutto della parte atletica e delle palle inattive.


Finalmente, dopo questo percorso, sono riuscita ad allenare da sola la categoria Giovanissimi.


Negli anni, però, ho incontrato molte difficoltà da parte delle società maschili nell’affidare una panchina agonistica a una ragazza.


Dopo tre anni trascorsi prima nei Giovanissimi sperimentali e poi nei Regionali, ho quindi accettato la proposta di passare al calcio femminile, entrando in una delle società con maggiore storia nel settore: il Tavagnacco.


Ho affrontato il campionato nazionale Under 17 e quello Primavera nazionale.


Successivamente ho avuto la mia prima esperienza alla guida di una prima squadra, subentrando sulla panchina del Tavagnacco in Serie A a sei giornate dal termine.


È stata una fortuna, ma allo stesso tempo anche una sfortuna: ho potuto vivere una sola partita, in trasferta a Empoli, prima che il campionato venisse sospeso a causa del Covid.


Durante i miei primi due anni al Tavagnacco ho inoltre conseguito la licenza UEFA A.


La stagione successiva ho affrontato il campionato di Serie B. Sono stata esonerata a quattro giornate dal termine, quando eravamo quarte in classifica.


Nel frattempo ho iniziato anche a insegnare calcio femminile nei corsi per allenatori UEFA C e Licenza D organizzati dalla FIGC.


L’anno seguente ho abbracciato il progetto del Pordenone Calcio, avendo così la fortuna di poter lavorare all’interno di un ambiente professionistico.


È stata un’esperienza che mi ha dato davvero tanto in termini di organizzazione, crescita e confronto.


L’obiettivo del progetto era accompagnare il gruppo Under 17 per tre anni, fino alla creazione di una prima squadra, e contemporaneamente contribuire alla crescita del gruppo allenatori, intervenendo nelle categorie inferiori almeno una volta alla settimana.


Purtroppo, dopo due anni, la società è fallita.


E insieme alla società si è interrotto anche il progetto.


A quel punto sono andata ad allenare un gruppo adulto a Portogruaro, con il quale ho vinto il campionato di Eccellenza.


Il mio sogno nel cassetto è sempre stato quello di riuscire a trasformare la mia passione in un lavoro.


A volte, però, nel tentativo di inseguire i propri sogni, si prendono delle decisioni sbagliate.


È successo anche a me.


Ho dato fiducia a un procuratore che mi aveva contattata presentandomi un progetto sicuro in Campania. Un’opportunità che, almeno sulla carta, avrebbe dovuto finalmente permettermi di vivere di calcio.


Fidandomi completamente, ho lasciato la mia squadra, la mia casa e il mio lavoro.

Purtroppo, però, quel progetto si è rivelato una truffa.


Mi sono così ritrovata a dover ripartire praticamente da zero, sotto tutti i punti di vista.


Ho quindi accolto l’opportunità di allenare una squadra di Giovanissimi Élite in Veneto, ricoprendo contemporaneamente il ruolo di responsabile tecnico degli allenatori dell’attività di base.


Dopo essersi avvicinati al calcio femminile, però, è difficile tornare indietro.


Le ragazze riescono a sfiancherti psicologicamente, ma in campo sono un’altra cosa rispetto agli uomini. Per un’allenatrice o un allenatore credo che lavorare con loro possa essere estremamente gratificante e stimolante.


Ho così mandato il mio curriculum al Villorba Treviso.


E, incredibilmente, ha funzionato.


La scorsa stagione ho allenato in Serie C e adesso mi appresto a iniziare la mia seconda stagione. Contemporaneamente, insieme a una mia amica, ho aperto una scuola dedicata alla tattica individuale.


Sembra una telenovela, ma è tutto vero.


Lo giuro.


Nel corso degli anni ho costruito quella che oggi è la mia metodologia e ho imparato che il dialogo rappresenta la base di ogni squadra.


E che, proprio come accade in campo, è il particolare a fare la differenza.


Fuori dal calcio lavoro come educatrice con ragazzi con disabilità, ho tre lauree e molti hobby.


Ma quando entro in un campo di calcio, ancora oggi, tutto il resto scompare magicamente.

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