Carico cognitivo: il confine invisibile della prestazione
- MATTEO LUSSIGNOLI L'ANGOLO DEL MISTER
- 30 mar
- Tempo di lettura: 4 min
Noi allenatori, soprattutto quelli che hanno una certa curiosità per la scienza dell’allenamento, abbiamo spesso una tendenza molto chiara: ci piace la complessità.

Vogliamo allenamenti ricchi, esercitazioni intelligenti, situazioni di gioco che stimolino i giocatori a leggere lo spazio, riconoscere le opportunità, collaborare con i compagni e rispettare i principi tattici della squadra.
Tutto questo è probabilmente una delle più grandi evoluzioni dell’allenamento moderno rispetto al passato.
Il problema è che a volte dimentichiamo una cosa estremamente semplice: la mente dei giocatori non è infinita.
La loro capacità di elaborare informazioni in tempo reale è limitata. Se il calcio fosse un software molto sofisticato, il cervello del calciatore sarebbe l’hardware che deve farlo funzionare.
E come succede con qualsiasi computer, quando apriamo troppe finestre contemporaneamente il sistema rallenta.
Cos'è il carico cognitivo
Per capire meglio questo fenomeno è utile fare riferimento a una teoria molto discussa nel mondo dell’apprendimento: la Cognitive Load Theory, sviluppata negli anni ’80 dallo psicologo John Sweller.
L’idea di base è piuttosto semplice: la nostra memoria di lavoro, cioè la parte della mente che utilizziamo per prendere decisioni nel momento presente, può gestire solo una quantità limitata di informazioni alla volta.
Quando il carico di informazioni supera questa capacità, il cervello fatica a elaborare ciò che sta accadendo.
L’apprendimento rallenta e le decisioni diventano meno efficaci.
Nel contesto dell’allenamento sportivo possiamo distinguere tre tipi principali di carico cognitivo:
Il primo è il carico intrinseco. È la difficoltà naturale del compito. Un due contro uno è relativamente semplice da leggere. Un cinque contro cinque è molto più complesso perché aumentano le relazioni che si creano: i giocatori, le linee di passaggio e le informazioni. Questo tipo di complessità è inevitabile perché fa parte del gioco. L’allenatore però può regolarla modificando lo spazio, il numero di giocatori o le condizioni della situazione.
Il secondo tipo di carico è quello estraneo. È tutto ciò che aggiungiamo noi allenatori senza accorgercene: spiegazioni troppo lunghe, esercizi pieni di regole, continue interruzioni o indicazioni urlate durante l’azione. Questo carico spesso non aiuta l’apprendimento. Al contrario, occupa spazio mentale che i giocatori potrebbero utilizzare per prendere decisioni migliori.
Il terzo tipo di carico è quello pertinente, cioè il carico utile. È l’energia mentale che il giocatore utilizza per riconoscere schemi di gioco, collegare situazioni e costruire esperienza. In altre parole, è il carico che più di tutti produce apprendimento.
La manipolazione dei vincoli
Negli ultimi anni molti allenatori stanno utilizzando approcci basati sui vincoli, spesso collegati alle teorie dell’ecological dynamics.
L’idea è molto interessante: modificando spazio, regole o numero di giocatori possiamo orientare il comportamento dei calciatori senza dover spiegare tutto a parole.
Il problema nasce quando questi vincoli diventano troppi.
Vi porto un esempio di un esercitazione che ho visto fare sul campo. Quattro contro quattro, massimo due tocchi, gol valido solo dopo cinque passaggi, obbligo di passare dagli esterni e penalità per chi perde palla.
In teoria sembra un esercizio ricco e stimolante. In pratica spesso diventa un esercizio confuso.
I giocatori non stanno più leggendo il gioco. Stanno cercando di ricordare le regole.
Il risultato è un ritmo più lento, decisioni meno naturali e una perdita di spontaneità.
Questo non significa che i vincoli siano sbagliati. Significa che devono essere usati con attenzione e con un’idea chiara di quale comportamento vogliamo stimolare.
Perchè l'esperienza cambia tutto
Un altro concetto interessante legato alla teoria del carico cognitivo è il cosiddetto “expertise reversal effect”.
In parole semplici: ciò che aiuta un principiante può diventare un ostacolo per un giocatore esperto.
Un atleta con poca esperienza ha spesso bisogno di più guida: regole chiare, indicazioni e struttura ben definita.
Un giocatore evoluto invece ha già sviluppato molti processi automatici. Sa percepire lo spazio, anticipare le situazioni e prendere decisioni senza doverci pensare troppo.
Quando interveniamo continuamente con istruzioni dettagliate rischiamo di interferire con questi processi.
Strategie pratiche per gestire il carico cognitivo
Una prima strategia è quella del vincolo singolo.
Se vogliamo orientare un comportamento, spesso è sufficiente una sola regola chiara.
Talvolta non serve nemmeno dare regole ma basta manipolare lo spazio di gioco o il numero di giocatori.
Per esempio, se voglio lavorare sul controllo posso chiedere ai giocatori di non giocare di prima per far emergere il comportamento desiderato.
Una seconda strategia è ridurre la complessità senza perdere la natura del gioco. Se un esercizio è troppo difficile possiamo diminuire il numero di giocatori o aumentare lo spazio disponibile.
In questo modo riduciamo il carico cognitivo mantenendo però la logica della situazione reale.
Continuiamo il nostro esempio precedente: se noto che alcuni giocatori toccano poco la palla e che i loro controlli sono limitati, posso ridurre il numero di giocatori in campo per aumentare il numero di palloni toccati e quindi di controlli che devono fare.
Infine c’è un elemento di cui ho già scritto in uno scorso articolo: la correzione dell’allenatore.
Ogni indicazione gridata durante l’azione è un’informazione in più che il giocatore deve elaborare.
Bisogna riuscire a capire il momento e il contesto giusto per intervenire.
L’estetica della semplicità
Allenare non significa dimostrare quanto sappiamo.
Significa creare un ambiente in cui i giocatori possano prendere decisioni e imparare dall’esperienza. La vera sfida non è rendere l’allenamento complesso.
Quello è relativamente facile.
La sfida è imparare ad essere essenziali ma efficaci.
Forse l’allenatore moderno deve diventare una specie di minimalista della complessità: conoscere la scienza dell’apprendimento, ma avere l’umiltà di fare un passo indietro quando serve.
Un buon allenamento non è quello in cui i giocatori ricordano tutte le nostre spiegazioni.
È quello in cui escono dal campo mentalmente stanchi per le decisioni che hanno preso e non per le regole memorizzate.




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