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Attaccare la profondità: cosa significa giocare bene?

  • MATTEO LUSSIGNOLI L'ANGOLO DEL MISTER
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Sempre più spesso, nel calcio moderno, il concetto di “giocare bene” viene associato a squadre capaci di mantenere il controllo della palla a lungo, costruire azioni elaborate e manipolare l’avversario attraverso il palleggio.


Ma siamo sicuri che giocare bene significhi sempre fare tanti passaggi?


Siamo sicuri che la qualità di un’azione dipenda dalla sua durata o dal numero di tocchi effettuati?


Ci sono momenti in cui il gioco offre già una soluzione evidente.


Spazio libero.Palla aperta.Linea difensiva esposta.



In quei momenti la scelta migliore potrebbe essere la più semplice: andare immediatamente verso la porta.


Eppure, soprattutto nei settori giovanili, capita spesso di vedere ragazzi rallentare situazioni potenzialmente decisive nel tentativo di “giocare bene” secondo un’idea troppo rigida di calcio.


Come se verticalizzare rapidamente fosse sinonimo di superficialità e non, invece, una dimostrazione di comprensione del contesto.


Il calcio premia chi riconosce prima il vantaggio.


Ed è proprio qui che entra in gioco uno dei principi offensivi più importanti, e spesso meno allenati realmente: l’attacco alla profondità.



La profondità non è un movimento, è una lettura

Uno degli errori più comuni nell’insegnamento offensivo è ridurre la profondità a un movimento meccanico: passaggio, taglio, imbucata.


Una sequenza quasi automatica, ripetuta rigidamente dentro esercitazioni analitiche.


Ma il calcio non funziona così.


La profondità non è un movimento prestabilito.


È una risposta a informazioni che cambiano continuamente.


Uno spazio può sembrare libero, ma non essere realmente attaccabile.


Un altro può apparire chiuso e diventare improvvisamente pericoloso grazie alla postura del portatore o all’orientamento di un difensore.


Per questo i giocatori più efficaci non sono necessariamente quelli che corrono di più o più velocemente. Sono quelli che leggono meglio.


Capiscono:

  • quando accelerare; 

  • quando venire incontro; 

  • quando allungare la linea; 

  • quando fermarsi; 

  • quando attaccare lo spazio dietro; 

  • e soprattutto quando non farlo. 


La vera competenza offensiva nasce dalla relazione continua tra:

  • spazio

  • tempo

  • avversari

  • compagni

  • palla


Molti giovani giocatori guardano solo il pallone. I giocatori evoluti vedono invece ciò che succede intorno al pallone.


Vedono:

  • la postura del compagno in possesso; 

  • la pressione avversaria; 

  • l’altezza della linea difensiva; 

  • gli spazi tra i difensori; 

  • le distanze; 

  • i tempi. 


Ed è questa capacità percettiva che permette di riconoscere quando una situazione richiede pazienza e quando invece richiede immediatezza.


Perché ci sono momenti in cui il calcio ti chiede velocità di pensiero.



Quando il gioco è già aperto

Esistono situazioni in cui la partita offre già un vantaggio evidente:

  • un recupero centrale con avversari sbilanciati; 

  • un difensore in ritardo; 

  • un portatore fronte alla porta; 

  • un compagno in corsa dietro la linea. 


In questi casi continuare a consolidare il possesso può persino diventare controproducente.


Ogni tocco in più concede tempo alla difesa per ricomporsi, accorciare gli spazi e recuperare posizione.


Eppure molti ragazzi fanno fatica a riconoscere questi momenti.

Perché?


Spesso perché sono cresciuti dentro contesti in cui il “giocare bene” viene associato quasi esclusivamente alla gestione del pallone.


Come se verticalizzare velocemente fosse una scelta impulsiva e non una lettura intelligente.


In realtà il calcio di alto livello mostra continuamente il contrario.


Le squadre migliori non attaccano sempre velocemente.


Ma quando riconoscono un vantaggio chiaro, difficilmente rallentano il gioco senza motivo.


La qualità non sta nella velocità in sé, ma nella capacità di capire quale ritmo richiede quella situazione.


Ci sono azioni che hanno bisogno di essere costruite.Altre che devono essere attaccate immediatamente.


Capire la differenza è una delle competenze più importanti che un giocatore possa sviluppare.



Attaccare la profondità significa creare vantaggio

Attaccare la profondità non significa semplicemente “andare dietro”.


Significa soprattutto manipolare la struttura difensiva avversaria.


Un movimento profondo può:

  • allungare la difesa; 

  • aprire spazi intermedi; 

  • creare dubbi; 

  • generare ritardi nelle marcature; 

  • costringere i difensori a correre verso la propria porta. 


E molte volte il vantaggio viene creato anche senza ricevere il pallone.


Un taglio profondo ben eseguito può liberare uno spazio per un compagno tra le linee.


Può rompere le distanze difensive.


Può modificare completamente l’orientamento della linea avversaria.


Per questo l’attacco alla profondità non riguarda soltanto l’attaccante.


Coinvolge tutta la struttura offensiva.


Ogni movimento modifica gli spazi disponibili per gli altri.



Il valore del timing

Molti movimenti offensivi falliscono non perché sbagliati, ma perché effettuati nel momento sbagliato.


Un attacco in profondità troppo anticipato permette alla linea difensiva di adattarsi facilmente. Uno troppo ritardato chiude la finestra di passaggio.


Il timing nasce dalla connessione tra:

  • postura del portatore; 

  • pressione sulla palla; 

  • orientamento difensivo; 

  • velocità della circolazione; 

  • tempo di smarcamento. 


Un giocatore realmente efficace non parte semplicemente quando il compagno riceve.


Parte quando percepisce che il compagno ha realmente la possibilità di giocare in avanti.


Questa differenza è enorme.


Perché significa passare da un calcio fatto di automatismi a un calcio fatto di letture.



Allenare la lettura, non il copione

Uno dei rischi più grandi nell’insegnamento è creare giocatori bravissimi a eseguire esercizi ma poco capaci di interpretare il gioco reale.


Se abituiamo i ragazzi a movimenti sempre uguali, dentro contesti prevedibili, rischiamo di costruire dipendenza dall’indicazione esterna.


Ma in partita nessuno dirà loro:

  • quando partire; 

  • quando attaccare; 

  • quando rallentare. 


Dovranno percepirlo autonomamente.


Per questo l’allenatore dovrebbe preoccuparsi meno di insegnare schemi rigidi e più di creare ambienti che stimolino lettura e decisione.


La manipolazione dei vincoli diventa allora uno strumento fondamentale.


Per esempio:

  • ridurre l’ampiezza del campo può incentivare gli attacchi verticali; 

  • creare zone di meta dietro la linea difensiva orienta naturalmente i giocatori verso la profondità; 

  • limitare i tocchi accelera la percezione del tempo; 

  • modificare superiorità e inferiorità numeriche cambia completamente le letture disponibili. 


L’obiettivo non è dire continuamente ai giocatori cosa fare.


È costruire contesti che li aiutino a scoprire autonomamente le soluzioni più vantaggiose.


Perché una soluzione scoperta attraverso l’esperienza viene interiorizzata molto più profondamente rispetto a una semplicemente eseguita.



Il problema della “bellezza” nel calcio

Negli ultimi anni si è creata una certa confusione attorno al concetto di bel gioco.


A volte sembra che un’azione sia considerata bella solo se lunga, elaborata e piena di passaggi.


Ma il calcio non assegna punti estetici.


Ci sono azioni straordinarie nate da trenta passaggi.


E ci sono gol meravigliosi costruiti in tre secondi.


La vera qualità sta nella coerenza tra lettura e soluzione.


Se lo spazio è aperto e la profondità è immediatamente attaccabile, rallentare il gioco senza motivo non significa avere controllo.


Significa perdere un vantaggio.


Per questo bisogna insegnare ai ragazzi che il calcio non è una collezione di principi assoluti.


Non esiste:

  • “si verticalizza sempre”; 

  • “si mantiene sempre il possesso”. 


Esiste la capacità di interpretare ciò che il gioco richiede in quel momento.


Ed è forse questa la forma più alta di intelligenza calcistica.



Creare giocatori che vedano prima

L’obiettivo finale della formazione offensiva non dovrebbe essere creare giocatori che memorizzano movimenti. Dovrebbe essere creare giocatori che vedono prima.


Giocatori capaci di riconoscere:

  • quando il vantaggio è dietro la linea; 

  • quando è tra le linee; 

  • quando bisogna consolidare; 

  • quando bisogna accelerare; 

  • quando serve pazienza; 

  • quando invece servono coraggio e immediatezza. 


Perché il calcio è un gioco di percezione prima ancora che di esecuzione.


Spesso il vantaggio nasce un secondo prima degli altri.


Nel momento in cui qualcuno vede uno spazio che gli altri non hanno ancora riconosciuto.


Ed è lì che il gioco cambia.



Conclusione

Servono davvero 20 tocchi per giocare bene?


A volte sì.A volte no.


Dipende dal contesto.


Il problema nasce quando si smette di leggere il gioco e si inizia a seguire un’idea rigida di ciò che dovrebbe essere il calcio.


Giocare bene non significa fare tanti passaggi.


Non significa verticalizzare sempre.Non significa avere il possesso a tutti i costi.


Giocare bene significa comprendere il momento.


Perché ci sono situazioni in cui il calcio è già semplice.


La difficoltà è cogliere la semplicità.

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