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Allenare il movimento o allenare la decisione? Saper fare e Saper scegliere

  • MATTEO LUSSIGNOLI L'ANGOLO DEL MISTER
  • 3 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Nel lavoro quotidiano sul campo capita spesso di trovarsi davanti a una scelta solo apparente.


Giocatore di calcio in allenamento mentre controlla il pallone sotto pressione, con avversari vicini e compagni in movimento, in una situazione che richiede decisione ed esecuzione simultanea.

Da una parte l’attenzione al gesto, alla qualità del movimento, alla pulizia tecnica.


Dall’altra la necessità di formare giocatori capaci di leggere il gioco, prendere decisioni e adattarsi a ciò che accade.


La domanda, in fondo, è sempre la stessa: da dove partire? Allenare prima il movimento o allenare la decisione?


È una domanda comprensibile, ma rischia di portarci fuori strada.


Voglia scindere e cataloghizzare gli esercizi pensando di semplificare il calcio ma nella realtà questo non esiste.


Esistono solo giocatori che devono risolvere problemi in un contesto instabile, aperto, imprevedibile.


E lo fanno attraverso il corpo, ma guidati dalla scelta.



Allenare il movimento è una parte imprescindibile del processo.


Un giocatore che non possiede un minimo di qualità faticherà sempre, indipendentemente da quanto “capisca” il gioco.


La postura, il controllo orientato, la coordinazione, il timing motorio: sono alcuni degli elementi che danno al giocatore la possibilità concreta di esprimersi.


Lavorare sul gesto significa renderlo più efficiente, più economico, più affidabile. Significa ampliare il repertorio di soluzioni disponibili.


Per questo esercizi più guidati, situazioni semplificate e gestualità hanno senso.


Servono a "sgrezzare" il gesto, a dare sicurezza, a permettere al giocatore di provare e riprovare in un ambiente per lui safe.


Il problema nasce quando questo tipo di lavoro diventa il punto di arrivo invece che parte del percorso.


Nel calcio, infatti, il gesto non vive mai da solo.


Non esiste un controllo orientato “giusto” in assoluto, così come non esiste un passaggio perfetto valido in ogni situazione.


Ogni esecuzione è figlia di un contesto: dello spazio disponibile, della posizione dell’avversario, del tempo a disposizione, delle opzioni che si aprono davanti al giocatore.


Allenare il movimento senza allenare la capacità di leggerne il senso significa preparare il giocatore a una realtà che, in partita, non esiste.


È qui che entra in gioco la decisione.



Allenare la decisione non vuol dire rinunciare alla qualità tecnica


Né tantomeno “lasciare liberi” i giocatori senza una direzione.


Significa costruire contesti che li obblighino a percepire informazioni, a scegliere rapidamente e a convivere con l’incertezza.


Nel calcio non si agisce mai in condizioni ideali: si agisce sotto pressione, con informazioni parziali e tempi ridotti.


Un giocatore migliora nella decisione quando è messo nelle condizioni di doverla prendere.


Non perché gli viene spiegata, ma perché ne sperimenta le conseguenze.


Sbaglia, riprova, si adatta.


In questo senso, il gioco diventa un ambiente di apprendimento potentissimo, a patto che sia progettato e non lasciato al caso.


C’è però un rischio anche qui.


Allenare solo la decisione, senza curare il movimento, porta a un altro tipo di fragilità.


Il giocatore può leggere bene la situazione, ma non avere gli strumenti per eseguirla.


Può intuire la soluzione corretta, ma non riuscire a realizzarla con tempi e qualità adeguati.


La scelta, infatti, è sempre influenzata da ciò che il giocatore sente di saper fare.


Il gesto motorio e il repertorio decisionale si condizionano a vicenda.


Per questo parlare di “skill” come se fosse semplicemente un gesto tecnico è riduttivo.


Una skill, nel calcio, è la capacità di utilizzare un movimento all’interno di un contesto che cambia continuamente.


È la capacità di adattare il gesto alle informazioni disponibili.


Allenare una skill significa allenare il legame tra percezione, decisione ed esecuzione, non uno di questi elementi isolatamente.


Il calcio è un gioco aperto.


Ogni azione è diversa dalla precedente, anche quando sembra uguale.


Lo spazio cambia, gli avversari reagiscono, i compagni si muovono.


Un allenamento che non contiene variabilità, interferenze e incertezza rischia di preparare giocatori ordinati ma poco adattabili.


Allo stesso tempo, un ambiente totalmente caotico rischia di abbassare la qualità e di non consolidare.


Il compito dell’allenatore non è scegliere da che parte stare, ma decidere quando semplificare e quando complicare.


Quando isolare il gesto e quando inserirlo nel gioco.


Quando guidare di più e quando fare un passo indietro.


Non si tratta di fare “più esercizi” o “più partite”, ma di progettare situazioni che abbiano un senso rispetto a ciò che vogliamo sviluppare.


Allenare il calcio significa allenare persone che devono scegliere.

E scegliere è un’abilità che si costruisce nel tempo, attraverso l’esperienza, l’errore e l’adattamento.


Il movimento dà forma alla decisione, la decisione dà significato al movimento.


Separarle è una semplificazione fuorviante e utile più a noi allenatori che ai giocatori.

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