Roberto Bassi: formare chi forma. Sedici anni di calcio, educazione e libertà in Africa

"Tutto ebbe inizio nel 2010, a Kankan, in Guinea.
Lì fondai quella che sarebbe diventata l'Académie Football Madarom.
Non partii con l'ambizione di creare un vivaio di talenti da esportare, ma con qualcosa di più semplice e più difficile insieme: la convinzione che il calcio potesse essere un luogo di crescita umana, non solo tecnica.
Sono passati sedici anni. L'accademia esiste ancora, respira ancora, e questo per me è già una piccola vittoria — perché in Africa, dove tante iniziative nascono con entusiasmo e si spengono in silenzio, la continuità è essa stessa un atto politico.
Ma se devo essere onesto con te, il vero cuore del mio impegno non è mai stato costruire un'accademia. È stato, ed è, un altro: formare gli allenatori africani.
Cambiare non i giocatori, ma chi li forma. Perché è lì, nel gesto quotidiano dell'allenatore che disegna un foglio di allenamento, che si decide il destino educativo di un ragazzo.
Il problema dei "fogli". Come il calcio lo ha risolto.
Quando parlo di "fogli", intendo qualcosa di molto concreto: quei modelli di allenamento costruiti negli anni, trasmessi da un allenatore all'altro come un catechismo tecnico, fatti di esercitazioni ripetitive, di situazioni isolate dal contesto reale del gioco, di comandi da eseguire più che di problemi da risolvere.
Questi fogli hanno prodotto, generazione dopo generazione, giocatori straordinariamente dotati fisicamente ma abituati a obbedire piuttosto che a pensare.
Automi ripetitivi, appunto: capaci di eseguire un gesto tecnico isolato alla perfezione, ma spaesati di fronte all'imprevisto, perché nessuno aveva mai chiesto loro di leggere una situazione e di scegliere.
Questo non è un difetto dei singoli allenatori, Alessandro. È l'eredità di un modello — spesso importato, spesso pensato per contesti diversi — che ha trattato il giocatore africano come materia prima da plasmare, non come soggetto da far crescere.
Ed è esattamente questo che ho cercato di rimettere in discussione.
La metodologia come atto pedagogico, prima che metodologico
La Periodizzazione Tattica non l'ho proposta come una tecnica di allenamento più moderna o più efficiente. L'ho proposta come una rottura filosofica.
Il suo principio fondante — che ogni esercitazione deve contenere simultaneamente la dimensione tattica, tecnica, fisica e mentale, dentro una logica di gioco reale e mai scomposta in automatismi isolati — è di per sé un atto di rispetto verso il giocatore come entità indivisibile.
Non alleni "le gambe" la mattina e "la testa" il pomeriggio. Alleni una persona intera, che pensa mentre corre, che decide mentre esegue, che è responsabile delle proprie scelte in campo tanto quanto della propria corsa.
È qui che la metodologia smette di essere solo un metodo e diventa una pedagogia della libertà.
Ogni volta che un allenatore rinuncia al foglio prestabilito e costruisce un'esercitazione a partire dai problemi che i suoi giocatori incontrano davvero in partita, sta facendo qualcosa di più grande di un allenamento: sta dicendo a quei ragazzi "so che sai pensare, e voglio che tu lo faccia".
Ubuntu, Frade, e la complessità
Non è un caso che io abbia trovato in Ubuntu — "io sono perché noi siamo" — la cornice filosofica più naturale per questo lavoro. Ubuntu mi ricorda ogni giorno che la crescita di un giocatore non è mai un fatto individuale isolabile dal gruppo, dalla comunità, dal contesto in cui vive.
Un allenatore che applica la Periodizzazione Tattica dentro una visione Ubuntu non sta solo migliorando le prestazioni della squadra: sta rafforzando un tessuto relazionale, in cui il valore del singolo si realizza attraverso e per gli altri.
Vítor Frade, padre della Periodizzazione Tattica, mi ha dato gli strumenti per interpretare il gioco nella sua complessità, rifiutando una visione frammentata dell’allenamento e del giocatore.
Paulo Freire mi ha dato invece il linguaggio per nominare ciò che rifiutavo: la “pedagogia bancaria”, quella in cui il sapere viene depositato nell’allievo come in un conto corrente, senza dialogo, senza problematizzazione.
I "fogli" di cui ti parlavo sono, in fondo, pedagogia bancaria applicata al calcio. La mia scommessa è stata l'opposto: una pedagogia problematizzante, in cui l'allenatore pone domande attraverso il gioco invece di imporre risposte, e il giocatore — come l'allievo di Frade — diventa soggetto e non oggetto del proprio apprendimento.
E la teoria della complessità, infine, mi ha dato lo sguardo scientifico per giustificare tutto questo: il calcio non è un sistema lineare e prevedibile, scomponibile in parti isolate e poi ricomposto.
È un sistema complesso, dove il comportamento emerge dalle relazioni, non dalla somma delle singole abilità. Allenare in modo frammentato tradisce, semplicemente, la natura stessa del gioco.
Sedici anni dopo, la domanda che resta aperta
Non so risponderti con certezza se in questi sedici anni sono riuscito ad accompagnare gli allenatori e i giocatori africani in un vero percorso di crescita personale, in una curiosità autentica verso un metodo che mette al centro l'essere umano come unità indivisibile.
Alcuni segnali mi dicono di sì: allenatori che non tornano più al vecchio foglio anche quando nessuno li controlla, giocatori che in campo cominciano a fare domande invece di aspettare comandi. Altri giorni, la fatica di smontare abitudini radicate mi fa dubitare di quanto cammino resti da fare.
Ma forse, Alessandro, questa incertezza è proprio la prova che il lavoro è ancora vivo, ancora onesto, ancora aperto — non un progetto concluso di cui vantarsi, ma un impegno che continua a interrogarmi ogni volta che entro in un campo in Guinea o in Burkina Faso.
Con affetto e con la stessa curiosità di sedici anni fa."



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