La comunicazione efficace tra allenatore e giocatore
- Riccardo Pontremolesi
- 10 lug
- Tempo di lettura: 12 min
Impara a comunicare.
Quando parliamo del rapporto allenatore-giocatore spesso ci soffermiamo esclusivamente all’aspetto tecnico/tattico.
Credo che invece sia necessario concentrarci sull’aspetto comunicativo tra allenatore e giocatore, spesso sottovalutato e non compreso adeguatamente.
In questo articolo approfondiremo il concetto di comunicazione e svilupperemo alcune discussioni in merito alla comunicazione efficace tra allenatore e giocatore per raggiungere il successo.
Pronto? Si comincia!
La parola comunicazione deriva dal latino "communio" che significa "condivisione" o "partecipazione".
Il termine comunicazione riguarda il processo di condivisione di informazioni, idee o sentimenti tra le persone, rendendo un qualcosa "comune" o condiviso.
L’obiettivo principale di comunicare è che l’altra persona o le altre persone riescano a comprendere ciò che voglio condividere loro, ciò che voglio esternare loro.
È importante allora sottolineare come la comunicazione possa essere distinguibile:
Comunicazione Efficace: è quella tipologia di comunicazione che riesce a raggiungere l’obiettivo desiderato, quindi il farsi comprendere, senza creare incomprensioni o senza creare situazioni conflittuali tra gli individui partecipanti.
Comunicazione Non Efficace: è quella tipologia di comunicazione che non raggiunge l’obiettivo desiderato, creando così incomprensioni e creando situazioni conflittuali.
Casi lampanti sono quelli in cui una persona fraintende le parole dell’altro o non riesce a comprenderle proprio.
Proviamo a fare un esempio non calcistico: pensiamo all’organizzazione di una cena con più persone.
Se la comunicazione non è efficace, quindi non vengono date le informazioni relative al luogo, al giorno, all’orario ecc. il rischio di veder saltare la cena è molto alto.
Un fraintendimento relativo ad un giorno scritto in modo errato oppure una posizione di luogo sbagliata possono portare ad una comunicazione inefficace.
Accanto alla comunicazione, quindi a chi sta comunicando, c’è bisogno di un interlocutore, ovvero di chi ascolta e partecipa alla conversazione.
È fondamentale quindi essere dei buoni ascoltatori perché non ascoltando diventa difficile comprendere cosa ci vuol essere comunicato, come già detto poco sopra.
La comunicazione è classificabile in 3 categorie che andremo ad analizzare e ad approfondire dettagliatamente:
Comunicazione Verbale
Comunicazione Non Verbale
Comunicazione Para Verbale
Comunicazione verbale
La comunicazione verbale è, forse, la tipologia di comunicazione più facilmente analizzabile.
Si tratta di quello che viene detto, come viene detto, che parole vengono utilizzate per esporre un concetto o un pensiero, un’opinione, un aspetto tecnico o tattico, un sentimento.
Si rifà proprio alla scelta dei termini utilizzati per esprimere qualcosa.
Non solo: che lingua utilizziamo e soprattutto che lingua parla il nostro interlocutore?
Facciamo un esempio pratico nel nostro ambito, quello calcistico.
Abbiamo a che fare con un ragazzo inglese appena arrivato nella nostra squadra che non parla ancora molto bene la lingua italiana e non conosce termini specifici e specializzati calcistici.
Sarà opportuno rivolgersi a lui come il ragazzo nato e vissuto qua da “sempre”?
Sarà opportuno rivolgersi a lui con termini specifici e magari dialettici?
O forse sarà opportuno provare a interloquire con il ragazzo utilizzando la propria lingua, quindi l’inglese, magari chiedendogli di osservare i movimenti dei compagni e provare a riportarli?
Questa è la comunicazione verbale, il come parliamo, in che lingua parliamo, che termini utilizziamo.
Comunicazione non verbale
La comunicazione non verbale è quella tipologia di comunicazione che permette di trasferire informazioni, pensieri, sentimenti con mezzi diversi dalle parole.
La comunicazione non verbale spesso è inconsapevole; ovvero non fa rendere conto che con un particolare gesto stiamo comunicando qualcosa.

Arriva prima quello che il corpo comunica rispetto a quello che esprimo a parole.
Per fare un esempio pratico: mantenere il contatto visivo con l’interlocutore indica interesse nella conversazione; uno sguardo che si perde senza soffermarsi sull’interlocutore indica disinteresse o imbarazzo.
Proviamo quindi a delineare quali sono i componenti chiave di questa tipologia di comunicazione:
Postura: è la postura assunta dall’allenatore e di fatto “parla” come se l’allenatore stesse aprendo bocca. Serve a trasmettere messaggi, serve a richiamare attenzione dal giocatore o dal gruppo squadra.
Un allenatore che durante l’allenamento è in piedi, attento, partecipe alla seduta che osserva fa intendere un allenatore presente.
Viceversa, un allenatore che durante la medesima seduta chiacchiera con i collaboratori, si perde guardando il cellulare oppure si appoggia alla rete per parlare con persone esterne fa intendere un allenatore poco presente.
Possiamo anche riferirci alla postura in partita: un allenatore seduto, con le mani che sfregano gli occhi e muto indica sicuramente un allenatore scoraggiato.
Un allenatore magari anche seduto ma intento a prendere appunti o in piedi fa intendere la propria partecipazione e attenzione a quello che sta avvenendo.
Gesti: sono legati al messaggio che vogliamo trasmettere e vanno adeguatamente utilizzati in base a quello che stiamo dicendo.
Sono molto importanti e impattanti per un giocatore o per la squadra stessa.
Possono rafforzare messaggi comunicati a parole; soprattutto sono utili in momenti di forte confusione o di impossibilità di comunicare attraverso la comunicazione verbale.
È chiaro che i gesti sono molto importanti perché sono visibili dall’interlocutore e possono essere facilmente fraintendibili o trasmettere informazioni errate.
Pensiamo ad un giocatore che durante la partita sbaglia un passaggio o addirittura sbaglia un goal e si volta ad osservare il proprio allenatore.
Questo magari preso dalla foga del momento, dalle emozioni, sbraita, manda “a quel paese” il mondo con un gesto.
Chiaramente il giocatore pur magari non “sentendo” le parole osserva quei gesti e comprende di essere ora “nel mirino” del proprio allenatore che con quei gesti trasmette negatività.
Se lo stesso allenatore applaudisse o comunque restasse impassibile, probabilmente il gesto trasmetterebbe positività e non paura di incorrere da parte del giocatore in negativismo.
Contatto Fisico: è una componente di rinforzo molto forte, utilizzata per calmare, esprimere affetto, incoraggiare o dare forza ad un giocatore o alla squadra.
Pensiamo al giocatore di prima che ha sbagliato il passaggio o il goal; l’allenatore non solo applaude il giocatore ma quando quello gli passa vicino gli da una pacca sulla spalla o lo abbraccia.
Il contatto fisico è molto importante perché appunto serve a infondere fiducia; è comunque una componente da valutare se utilizzare o meno e soprattutto non tutti i giocatori sono sempre ben propensi ad accettarla.
Espressioni Facciali: come i gesti e la postura, sono facilmente osservabili e anche mal interpretabili dall’interlocutore.
Accompagnano la comunicazione verbale e affermare un concetto con un’espressione opposta può portare l’interlocutore a non comprendere e rendendo così la comunicazione non efficace.
In sostanza l’interlocutore potrebbe non comprendere bene cosa l’allenatore stia chiedendo e cosa stia esprimendo.
Prossemica: riguarda la gestione dello spazio personale durante la comunicazione; quindi, la distanza che vi è tra i due interlocutori.
Comunicazione para verbale
La comunicazione para verbale accompagna di fatto la comunicazione verbale e ci riferiamo a questa tipologia di comunicazione quando ci rifacciamo al “come diciamo qualcosa” rispetto al “cosa diciamo”.
È una comunicazione che influenza molto il messaggio che vuol essere trasmesso e come esso può essere percepito, tanto da poter cambiare il significato delle parole o addirittura aggiungendo sfumature emotive alle parole.
Proviamo quindi a delineare quali sono i componenti chiave di questa tipologia di comunicazione:
Tono della voce: come dico una cosa, un concetto, come è il volume della voce. Se esprimo un concetto con un tono arrabbiato o triste, il messaggio che passa è che sono arrabbiato o triste anche se magari non è realmente così.
Ritmo: è il ritmo che diamo alla conversazione, alla parola. Se è troppo veloce il rischio può essere quello che determinati parti o determinati concetti non arrivino al giocatore o al gruppo squadra; se è troppo lento si rischia di non dare alla conversazione il giusto “piglio” per essere adeguatamente seguita portando il giocatore o il gruppo squadra ad assentarsi;
Fluidità del discorso: come viene trasmesso il concetto, se è un discorso fluido che torna oppure è un discorso in cui si passa di palo in frasca. In quel caso per l’ascoltatore è difficile seguire cosa l’allenatore voglia dire e come lo voglia dire, con difficoltà nel comprendere quali siano gli aspetti importanti e quali no.
Pause e Silenzi: sono fondamentali per far passare alcuni concetti e rimarcarli in modo impattante col gruppo squadra. I silenzi soprattutto sono importanti per rimarcare aspetti per noi molto importanti che vogliamo la squadra comprenda e capisca.
Dopo aver descritto tre tipologie di comunicazione, proviamo adesso a cercare di comprendere quale sia la comunicazione efficace che un allenatore dovrebbe avere sia con il singolo giocatore che con il gruppo squadra.
La comunicazione efficace
È chiaro che comprendiamo già così, in prima battuta, che il modo di comunicare tra un singolo e un collettivo è necessariamente diverso.
Se parlo ad un singolo è fondamentale osservare il comportamento non verbale del giocatore, potendo però allo stesso tempo mantenere il contatto visivo su di lui dando molta importanza al giocatore stesso.

Il tono di voce non deve essere necessariamente alto ma può essere più soft in quanto anche la distanza tra allenatore e giocatore è ridotta. In tutto questo il contatto fisico può giocare un ruolo fondamentale al fine di incoraggiare, supportare, infondere fiducia al giocatore.
Se parlo ad una squadra già il contatto fisico differente in quanto è difficile poter con tutto il gruppo squadra avere un contatto fisico come si avrebbe con un singolo.
Inoltre, la distanza aumenta notevolmente in quanto l’obiettivo è cercare di arrivare a tutti i giocatori del gruppo squadra, l’obiettivo è comunicare a tutti e quindi devo essere visibile e comprensibile da tutti.
Anche il tono di voce è diverso rispetto alla comunicazione con un singolo in quanto sarà più alto in quanto tutti devono poter ascoltare e comprendere cosa l’allenatore vuole comunicare e affermare.
Comprendiamo quindi che è un bene saper comunicare e saper comprendere le varie tipologie di comunicazione, ma più importante è l’osservare l’interlocutore e saperlo ascoltare.
Senza queste due componenti la comunicazione NON potrà mai essere efficace.
Facciamo un esempio pratico: se un giocatore con cui parliamo ci sta trasmettendo ansia o preoccupazione, è inutile che io comunichi le cose in modo freddo, distaccato, lontano, senza magari provare ad ascoltare cosa il ragazzo potrebbe avere da dire.
Questo porta il ragazzo a non comprendere cosa vogliamo trasmettergli, la comunicazione non è efficace e la “chiacchierata” si dimostra inutile e controproducente con il rischio addirittura di trasmettere cose non volute ma recepite perché la comunicazione è non efficace.
È pertanto fondamentale ascoltare ma soprattutto osservare: se ci si rende conto che il ragazzo con il non verbale trasmette quelle sensazioni, è obbligatorio trovare una comunicazione che possa avvicinarlo: il contatto fisico potrebbe essere un concetto da utilizzare, un tono della voce più soft e magari anche ascoltare il ragazzo cosa potrebbe avere da dire.
Spesso ci dimentichiamo che parlare con i propri giocatori è fondamentale e può portare a risolvere problemi che altrimenti non avremmo mai avuto modo di scoprire e affrontare.
Dare disponibilità ai giocatori per parlare è un qualcosa che aiuta poi automaticamente tutto il gruppo squadra a fare uno step importante.
Faccio questa piccola digressione per far comprendere quanto sull’aspetto comunicativo anche a me si è aperto un mondo e quanto si è rivelata efficace il solo comprenderla.
Porto una situazione occorsa a me qualche anno fa, quando non avevo questi strumenti e quando non avevo iniziato a comprenderne l’importanza.
In quella stagione stavo allenando una squadra di U18 e durante gli allenamenti vedevo un ragazzo dare il 100%, essere decisivo e soprattutto essere determinante.
Di ruolo era un attaccante e alla seconda di campionato decido di metterlo titolare in quanto ciò che vedevo in allenamento meritava la titolarità la domenica: di fatto giocai in 10 tutta la partita, era un fantasma, un lontano ricordo del giocatore che solo 3 giorni prima avevo visto in allenamento.
La settimana successiva il ragazzo in allenamento dimostra quello visto la settimana precedente, costanza, decisione, determinante.
Decido quindi di riproporlo titolare nuovamente alla terza di campionato e nuovamente per la seconda volta in partita il ragazzo è un fantasma, anzi, sbaglia tutto quello che è sbagliabile compresi passaggi elementari.
Una spia si accende dentro di me, ma ancora non sento il bisogno di parlarci.
Quarta di campionato, nuovamente titolare e nuovamente un fantasma.
A quel punto comprendo che c’è qualcosa che è necessario parlare con il ragazzo.
E qua viene fuori un mondo, un qualcosa che, se non avessi fatto, probabilmente avrei continuato ad aggravare nella sua testa: le sue parole furono testuali “mister io ho sempre fatto la riserva, giocando titolare ho ansia perché nessuno mi aveva mai dato queste possibilità. Sono sempre stato abituato a subentrare”.
Se avessi proseguito a inserirlo da titolare senza parlarci, avrei probabilmente aggravato una posizione e avrei portato il ragazzo ad uno stato di disagio elevato; parlandoci invece ho avuto il modo di poterlo aiutare con gli strumenti che avevo all’epoca, cercando di lavorare sulla sua consapevolezza dei mezzi, sull’avere fiducia in sé stesso e sul cercare di capire che i tempi cambiano e se in passato era stato una riserva, non era detto che anche il futuro riservasse per lui ciò.
Da quel giorno, da quello specifico giorno, ho compreso quanto PARLARE e COMUNICARE con i propri giocatori sia determinante e fondamentale sia per capirli e comprenderli, sia per non commettere errori.
Ecco perché dico che ascoltare è fondamentale, bisogna saper ascoltare e provare a comprendere i propri giocatori per comunicare con loro nel modo adeguato.
Cerchiamo però adesso di tornare alla nostra comunicazione efficace e proviamo a capire cosa un allenatore NON dovrebbe fare:
Utilizzare la parola NON: è fondamentale far comprendere al ragazzo quello che vogliamo che faccia, non quello che NON vogliamo che faccia.
Il rischio è che con un’affermazione come “questo passaggio NON puoi sbagliarlo” il risultato che otteniamo è che il passaggio venga sbagliato.
Perché? Perché il cervello lavora per immagini e quindi su quell’affermazione la prima immagine che viene fuori è lo sbagliare il passaggio.
Risultato? Passaggio sbagliato.
E’ quindi molto importante dare sviluppi in merito a quello che volevamo che il ragazzo facesse.
Utilizzare la parola DEVO
Utilizzare la parola MA/PERO’: lo utilizziamo inconsciamente quando vogliamo far vedere al giocatore o al gruppo squadra qualcosa che è facilmente migliorabile o qualcosa che poteva essere fatto in modo diverso o migliore.
Il rischio di queste due parole è che tutto ciò che viene comunicato prima vada perso e la concentrazione del giocatore e/o del gruppo squadra si concentra solo ed esclusivamente su quello dopo il ma/però.
Risultato? Qualcosa di non fatto bene.
Utilizzare la parola FACILE: non dare per scontato che tutte le cose siano facili per il giocatore o per il gruppo squadra.
Anche un semplice gesto tecnico o un movimento tattico se viene comunicato con “ma è facile” porta necessariamente il giocatore o il gruppo squadra a non credere nelle proprie potenzialità e a immaginarsi non più adatto o idoneo a svolgere quel compito.
Anche questo è un termine che spesso utilizziamo con accezione di voler provare a stimolare il giocatore; tuttavia, otteniamo l’effetto contrario.
Evitare feedback dopopartita persa: l’allenatore però deve anche correggere errori o comunque situazioni che magari non rispecchiano quello che lui vuole o che il gioco richiede.
Entra in gioco uno strumento molto importante che va saputo maneggiare con cautela ma che può rivelarsi fondamentale per una comunicazione efficace e ottimale: il feedback.
Il feedback è un’informazione che l’allenatore dà al giocatore sia in allenamento che in gara relativo alla prestazione da lui svolta.
Deve essere il più possibile specifico e relativo alla prestazione o al comportamento avuto dal giocatore; non deve essere in nessun modo giudicante, non deve essere quindi fatto con accezione di giudicare il giocatore per dargli un voto. Il feedback può essere di varie tipologie:
Positivo: serve a dare informazioni al giocatore su come sta svolgendo i compiti richiesti.
È molto importante farlo perché permette al giocatore di ricevere positività nel mentre svolge dei compiti anche nuovi permettendogli di credere nei propri mezzi e nel sentirsi idoneo a svolgere quei compiti richiesti
Negativo: è riferito a quando vogliamo modificare qualcosa, qualche comportamento o qualche aspetto ma deve esser necessariamente seguito dal feedback positivo in modo molto rimarcato e accentuato.
Ritardato: è un feedback molto importante perché prima di esporre il punto di vista dell’allenatore viene chiesto loro come sembra essere andata la situazione o lo svolgimento dell’esercitazione o della partita.
Questo permette al giocatore di acquisire e sviluppare la capacità decisionale, il rendersi conto e il non svolgere quel compito come mero soldato operante ma anche di sviluppare intelligenza e capacità decisionale.
Assente: quando il feedback non è dato, manca sia in partita che in allenamento. Non è certamente sbagliato o inopportuno; a volte non è necessario dare informazioni ai giocatori o al gruppo squadra su quello che stanno facendo se rispetta le caratteristiche volute dall’allenatore.
In conclusione, possiamo affermare che comunicare con i propri giocatori non è facile, non è una cosa di poco conto ma è una cosa che si può allenare: anche l’allenatore deve allenarsi, non solo nel portare sedute di allenamento che siano funzionali e utili al miglioramento dei giocatori; non solo nel preparare la partita adeguatamente cercando di avere sempre una carta da giocare per risolvere la partita.
No.
Deve allenarsi anche nel saper comunicare, nel sapersi rapportare con i giocatori, con la squadra.

Deve saper ascoltare, osservare i propri giocatori come recepiscono le sue parole.
Deve saper utilizzare tutte le tipologie di comunicazione sapendo quale è più utile in quel momento rimarcare e quale meno utilizzare.
Deve sapere quali parole NON utilizzare per non ottenere effetti negativi e magari non utili che potrebbero invece appesantire l’insicurezza dei giocatori non aiutandoli a migliorare.
Deve infine saper utilizzare i feedback che sono fondamentali per trasmettere delle informazioni ma deve usarli con criterio e cognizione di causa.
Per avere comunicazione efficace allenatore-giocare, l’allenatore deve: essere chiaro e specifico, deve poter farsi comprendere senza difficoltà dai propri giocatori; deve toccare un aspetto alla volta senza girovagare troppo nei discorsi con il rischio di creare confusione e non comprensione; deve saper correggere al momento giusto con l’utilizzo dei feedback.
Deve essere coerente nella comunicazione: se esprime gioia, il corpo non può esprimere tristezza.
L’allenatore deve quindi allenarsi anche a comunicare. Senza comunicazione e senza confronto l’allenatore è un allenatore chiuso che non potrà crescere e migliorare.
Bibliografia:
Marchionni Martina – Comunicazione Efficace Atleta/Allenatore – Corso Aggiornamento UEFA-C
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