Coltivare il dubbio: perché le certezze sono il peggior nemico del campo per l'allenatore?
- MATTEO LUSSIGNOLI L'ANGOLO DEL MISTER
- 10 ore fa
- Tempo di lettura: 7 min

Nel calcio moderno abbiamo una strana ossessione: cercare la ricetta giusta.
Studiamo esercizi, raccogliamo dati, osserviamo allenamenti, leggiamo libri, seguiamo corsi e proviamo a costruire una metodologia che ci permetta di avere una risposta per ogni situazione.
È comprensibile.
Quando alleniamo, abbiamo bisogno di riferimenti.
Abbiamo bisogno di sapere perché facciamo una determinata cosa e dove vogliamo arrivare.
Il problema nasce quando quei riferimenti smettono di essere strumenti e diventano certezze.
Perché il campo, prima o poi, presenta il conto.
Quello che aveva funzionato la settimana precedente può non funzionare più.
Un’esercitazione che con un gruppo aveva dato ottimi risultati può non avere lo stesso effetto con un altro.
Un principio di gioco che consideravamo fondamentale può entrare in conflitto con le caratteristiche dei nostri giocatori.
E allora ci troviamo davanti a una scelta: difendere quello che pensavamo di sapere oppure provare a capire cosa ci sta dicendo il campo.
Forse il vero problema dell’allenatore non è sapere poco.
È essere troppo sicuro di quello che sa.
La trappola del “si è sempre fatto così”
Quando qualcosa funziona, la prima reazione è quasi sempre quella di riproporla.
È normale.
Se una determinata struttura di seduta ha funzionato, perché cambiarla?
Se un principio tattico ci ha permesso di risolvere una partita, perché non riproporlo?
Se una metodologia ci ha accompagnato per anni, perché metterla in discussione?
Perché nel frattempo qualcosa potrebbe essere cambiato.
Sono cambiati i giocatori.
È cambiato il livello della squadra.
È cambiato l’avversario.
Sono cambiate le relazioni all’interno dello spogliatoio.
Siamo cambiati anche noi.
Il rischio è confondere la continuità con l’abitudine.
Una cosa non diventa valida perché l’abbiamo fatta molte volte.
E, allo stesso modo, una cosa non diventa sbagliata soltanto perché non ha funzionato in una determinata situazione.
Il contesto conta.
È una delle prime cose che impariamo allenando, ma anche una delle più facili da dimenticare quando abbiamo già una risposta pronta.
La certezza ci fa risparmiare fatica.
Ci permette di decidere velocemente.
Ci dà sicurezza.
Ma proprio per questo può diventare pericolosa.
Perché quando abbiamo già deciso cosa pensare, rischiamo di smettere di osservare.
Principi sì, dogmi no
Avere dei principi è indispensabile.
Un allenatore senza riferimenti rischia di essere trascinato dagli eventi.
Ha bisogno di un’idea di gioco, di una metodologia, di criteri che lo aiutino a scegliere.
Ma un principio non dovrebbe diventare una gabbia.
Dovrebbe essere una lente attraverso la quale osserviamo il gioco, non un filtro che ci impedisce di vedere ciò che non coincide con la nostra idea.
Questo vale per tutto.
Per la tattica, per la metodologia, per la preparazione atletica, per la gestione del gruppo e perfino per il modo in cui comunichiamo con i giocatori.
Possiamo avere una convinzione molto forte e, allo stesso tempo, essere disponibili a modificarla.
Anzi, forse è proprio questa la parte più difficile.
Perché cambiare idea dopo aver studiato, sperimentato e difeso una determinata posizione richiede una certa dose di umiltà.
E anche un po’ di coraggio.
Il dubbio non è indecisione
Quando parlo di dubbio non penso a un allenatore che cambia idea ogni giorno.
Sarebbe un altro problema.
Un gruppo ha bisogno di riferimenti.
I giocatori hanno bisogno di sapere cosa chiediamo loro.
Uno staff deve prendere decisioni e assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
Il dubbio non significa quindi non avere una direzione.
Significa essere disposti a verificare se quella direzione ci sta portando dove pensiamo.
A volte basterebbero alcune domande semplici:
Perché sto proponendo questa esercitazione?
Cosa voglio davvero allenare?
Quello che vedo in allenamento conferma la mia idea o la mette in discussione?
Sto insistendo perché è utile oppure perché l’ho sempre fatto?
Se questa idea non fosse mia, la giudicherei allo stesso modo?
Sono domande scomode.
Ed è proprio per questo che possono essere utili.
Il rischio, infatti, è che l’allenatore inizi inconsapevolmente a cercare conferme alle proprie idee.
Se crede che una determinata soluzione sia corretta, noterà più facilmente le situazioni che gli danno ragione e sarà portato a spiegare quelle contrarie come eccezioni.
È un meccanismo umano.
Ma nel calcio può diventare un problema.
Perché il nostro compito non dovrebbe essere dimostrare che avevamo ragione.
Dovrebbe essere capire cosa serve alla squadra.
Quando il dubbio diventa utile
Forse la vera domanda non è se dobbiamo avere certezze oppure dubbi.
Dobbiamo avere entrambi.
Abbiamo bisogno di convinzioni abbastanza forti da guidare il nostro lavoro e abbastanza elastiche da poter essere messe alla prova.
Una sorta di certezza provvisoria.
Credo in questo principio perché, fino a oggi, le osservazioni e le esperienze mi hanno portato a considerarlo valido.
Ma domani potrei vedere qualcosa che mi costringe a modificarlo.
Questo modo di pensare, secondo me, è molto più produttivo della ricerca della metodologia perfetta.
Perché una metodologia perfetta non esiste.
Esiste una metodologia che, in quel momento, con quei giocatori, in quel contesto, sembra funzionare.
E il lavoro dell’allenatore consiste anche nel capire fino a quando.
Il confronto con gli altri
Un altro modo per mettere in discussione le proprie convinzioni è confrontarsi con chi non la pensa come noi.
Non è sempre facile.
Nel nostro ambiente può esserci competizione, diffidenza, paura di mostrare le proprie difficoltà.
A volte facciamo fatica persino ad ammettere che un collega abbia avuto una buona intuizione.
Eppure sarebbe utile imparare a vivere il confronto in maniera diversa.
Un collega che ci dice “non sono d’accordo” non sta necessariamente mettendo in discussione la nostra competenza.
Potrebbe semplicemente offrirci un punto di vista che non avevamo considerato.
Andare a vedere un allenamento diverso dal nostro può essere più utile di passare due ore a cercare l’esercitazione perfetta sui social.
Parlare con un allenatore che lavora in un contesto completamente diverso può farci notare un problema che non avevamo mai considerato.
E non significa copiare.
Anzi.
Osservare un altro allenatore dovrebbe servire prima di tutto a farsi domande.
Perché fa questa scelta?
Cosa sta cercando?
Perché organizza il lavoro in questo modo?
Cosa cambierei io?
E soprattutto: cosa posso imparare, anche se non sono d’accordo?
Questo, secondo me, è uno dei modi più sani di crescere.
Anche perché nel nostro lavoro abbiamo bisogno di persone che sappiano dirci la verità.
Per i dirigenti siamo spesso i primi a dover spiegare quando qualcosa non funziona.
Per l’ambiente diventiamo facilmente responsabili dei risultati negativi.
All’interno dello staff, invece, dovremmo poter trovare uno spazio nel quale dire semplicemente:
“Non so se questa scelta sia stata giusta.”
Non dovrebbe essere una debolezza.
Dovrebbe essere un punto di partenza.
E saper dire “hai avuto una buona idea” a un collega non toglie nulla al nostro valore.
Al contrario, significa riconoscere che il calcio è troppo grande perché una sola persona possa avere sempre ragione.
La cassetta degli attrezzi dell’allenatore riflessivo
Il dubbio, però, non può rimanere una bella parola.
Se vogliamo che diventi parte del nostro modo di lavorare, dobbiamo trasformarlo in una pratica.
1. Avere qualcuno nello staff che sappia dire “perché?”
Se abbiamo la possibilità di scegliere i collaboratori, non dovremmo circondarci soltanto di persone che condividono ogni nostra decisione.
Uno staff nel quale tutti sono sempre d’accordo può essere molto piacevole.
Ma non necessariamente molto utile.
Avere accanto qualcuno che sappia chiedere “perché?” può aiutarci a fermarci prima di prendere una decisione soltanto per abitudine.
Non serve il contrarian di professione.
Serve una persona capace di mettere in discussione un’idea senza trasformare ogni confronto in uno scontro.
2. Uscire dal proprio ambiente
Andare a vedere altri allenamenti.
Parlare con tecnici di categorie diverse.
Osservare realtà lontane dalla nostra.
Non necessariamente per trovare nuove esercitazioni, ma per vedere come altri allenatori affrontano problemi che, in fondo, conosciamo tutti.
A volte basta vedere una situazione con occhi diversi per accorgersi che stavamo dando per scontata una cosa.
3. Studiare per aprire domande
Libri, corsi, webinar, articoli, video.
Oggi abbiamo accesso a una quantità di informazioni enorme.
Il rischio è trasformare la formazione in una raccolta di risposte.
Leggiamo qualcosa, ci convince, lo facciamo nostro e dopo poco siamo pronti a trasformarlo in una nuova certezza.
Studiare dovrebbe produrre anche l’effetto contrario.
Dovrebbe farci dire:
“Non avevo mai pensato a questa cosa.”
Oppure:
“Su questo punto non sono più così sicuro.”
Se una formazione non ci mette mai in difficoltà, forse non ci sta davvero formando.
4. Fermarsi a fine ciclo
La fine di una stagione è un momento prezioso.
Non soltanto per guardare la classifica.
Bisognerebbe provare a guardare il percorso.
Cosa ha funzionato?
Cosa no?
Quali scelte rifarei?
Quali invece non ripeterei?
Quali problemi ho affrontato troppo tardi?
C’è qualcosa che ho continuato a fare soltanto perché era diventata un’abitudine?
E soprattutto:
Quale idea che avevo all’inizio della stagione oggi non penso più allo stesso modo?
Questa, forse, è una delle domande più interessanti che possiamo farci.
Perché ci dice se durante l’anno abbiamo semplicemente applicato un metodo oppure se abbiamo davvero imparato qualcosa.
La parte più difficile: cambiare idea
Cambiare idea non significa rinnegare il lavoro fatto.
Significa riconoscere che nuove esperienze possono modificare ciò che pensavamo di sapere.
Un allenatore può essere convinto dell’importanza di una determinata proposta e, dopo averla sperimentata con gruppi diversi, decidere di utilizzarla in modo differente.
Può continuare a credere in un principio, ma cambiare il modo di allenarlo.
Può mantenere la propria identità e contemporaneamente correggere alcuni dettagli.
Questa non è incoerenza.
È evoluzione.
L’incoerenza sarebbe cambiare idea ogni volta che qualcosa va storto.
La crescita è capire perché qualcosa non ha funzionato e decidere, sulla base di quello che abbiamo osservato, se modificare oppure confermare la nostra scelta.
È una differenza sottile, ma fondamentale.
Alla fine, il campo decide
Possiamo studiare moltissimo.
Possiamo costruire una metodologia raffinata, avere una programmazione dettagliata e conoscere decine di esercitazioni.
Poi arriva il campo.
E ci mette davanti a qualcosa che non avevamo previsto.
È proprio questa, probabilmente, la parte più affascinante del nostro lavoro.
Il calcio non smette mai di obbligarci a fare i conti con la realtà.
Per questo penso che l’obiettivo di un allenatore non debba essere arrivare al punto in cui non ha più dubbi.
Dovremmo cercare piuttosto di costruire convinzioni solide, sapendo che possono essere messe alla prova.
Avere un’idea.
Allenarla.
Osservarla.
Verificarla.
E, se necessario, cambiarla.
Senza vergogna.
Perché non c’è niente di male nel dire: “Su questo mi sono sbagliato”.
Anzi, forse è uno dei segnali più evidenti che stiamo ancora imparando.
Il campo continuerà a cambiare.
Cambieranno i giocatori, le generazioni, gli avversari, gli strumenti e le idee.
Noi possiamo scegliere se difendere quello che sappiamo già oppure rimanere disponibili a quello che ancora non sappiamo.
Forse coltivare il dubbio significa proprio questo:
non rinunciare alle proprie idee, ma impedire che diventino più importanti della realtà.
Perché chi insegna calcio dovrebbe avere una responsabilità particolare.
Essere disposto, ogni tanto, a tornare allievo.
Anche quando pensa di conoscere già la risposta.



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