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Dall’allenamento alla partita: come riconoscere i principi di gioco nelle prime gare

Immagine del redattore: Andrea Cavalli
Andrea Cavalli
30 set
Tempo di lettura: 6 min

Abbiamo lavorato per settimane su principi di gioco. Li abbiamo spiegati, proposti dentro situazioni differenti, richiamato quando emergeva e corretto quando i ragazzi faticavano a riconoscerlo. Poi arriva la prima partita e, dalla panchina, ci sembra di non vedere quasi nulla.


«Ma come? In allenamento lo facevamo.»


Allenatore osserva la partita per valutare i principi di gioco allenati durante la settimana

È una frase nella quale è facile riconoscersi. Prima di usarla per giudicare la squadra, però, proverei a farci una domanda: che cosa stavamo cercando di vedere, esattamente?


La stessa azione riuscita durante la settimana? Una disposizione simile a quella disegnata sulla lavagna? Oppure la capacità dei giocatori di riconoscere un problema e trovare una risposta coerente, anche diversa da quella che avevamo immaginato?


Nel lavoro precedente del mese scorso sul primo allenamento siamo partiti dall’osservazione, dalla conoscenza dei ragazzi e dalla costruzione dell’ambiente. Le prime gare chiedono di continuare quel percorso. Ora abbiamo qualche informazione in più, ma anche aspettative più forti. 


E proprio quelle aspettative possono portarci a vedere soprattutto ciò che manca.


Come capire se ciò che alleniamo emerge davvero in partita.

«Voglio una squadra coraggiosa» esprime una direzione. Per capire se quella direzione sta prendendo forma, però, dobbiamo tradurla in comportamenti riconoscibili. Che possono emergere. 


Quando il portatore è sotto pressione, i compagni continuano a offrirgli possibilità di passaggio? Chi riceve cerca informazioni utili prima che arrivi la palla? Dopo un errore, il giocatore torna a rendersi disponibile?


Sono domande diverse. Sceglierle tutte insieme rischia di rendere confusa l’osservazione.


Io partirei da uno o due principi realmente affrontati durante la settimana, chiarendo con lo staff in quale situazione ci aspettiamo di riconoscerli.


Se abbiamo lavorato sulle relazioni intorno alla palla chiusa, dobbiamo anche intenderci sul significato che attribuiamo a questa espressione: un portatore sotto una pressione che ne limita concretamente la possibilità di giocare in avanti.


In quel momento, che cosa ci interessa osservare?


Che i compagni vicini escano dall’ombra degli avversari? Che offrano angoli di passaggio utilizzabili e adeguino le distanze alla difficoltà del portatore? Infatti, avvicinarsi, da solo, non basta: possiamo essere a tre metri e rimanere comunque irraggiungibili.


Se il principio resta una frase generica, anche il giudizio sulla partita rischia di restare generico.


Cercare le occasioni in cui poteva emergere

A fine gara, nel cosiddetto “debrief” diciamo: «Abbiamo trovato poche volte il sostegno».


Ma.. poche rispetto a cosa?


Se l’avversario ha lasciato continuamente spazio per avanzare, il portatore potrebbe aver avuto poche ragioni per utilizzare un appoggio dietro. In quel caso, non vedere spesso il passaggio di sostegno non dimostra che i giocatori abbiano dimenticato il lavoro svolto.


Per questo, prima di contare un comportamento, cercherei le situazioni nelle quali sarebbe stato utile.


Il portatore era davvero in difficoltà? Esisteva il tempo (o la necessità) per offrire un aiuto? Il compagno poteva liberare una linea di passaggio? L’avversario aveva chiuso quella possibilità rendendone preferibile un’altra?


Non serve trasformare ogni partita in un lavoro interminabile di raccolta dati. Anche pochi episodi descritti bene possono aiutarci più di un’impressione generale.


Se abbiamo il video, possiamo annotare il minuto e rivederli; senza video, lo staff può registrare mentalmente e/o su un blocco di appunti brevemente situazione e comportamento, lasciando aperti i dettagli che non ha visto con chiarezza.


Il punto è conservare il contesto. 


Un esempio: l’appoggio c’è, ma il passaggio non arriva

Immaginiamo una situazione, senza riferirci a una partita specifica.


Il nostro difensore riceve vicino alla linea laterale. L’avversario lo pressa, la possibilità di avanzare si chiude e un centrocampista modifica la propria posizione per offrirgli un appoggio dentro diagonale.


Il difensore prova il passaggio, ma lo esegue troppo lentamente e la palla viene intercettata.


Abbiamo perso il pallone. E questo è un dato di fatto.


Per capire cosa allenare, però, dobbiamo guardare anche prima: il centrocampista si era reso disponibile in tempo? La linea era realmente aperta? Il difensore l’aveva riconosciuta quando era ancora utilizzabile? Il problema era la misura del passaggio o il ritardo con cui aveva deciso di giocarlo?


La risposta cambia il nostro intervento.


Potremmo riconoscere la qualità dell’appoggio e lavorare sull’esecuzione. Oppure scoprire che l’appoggio era arrivato troppo tardi e che la difficoltà tecnica nasceva anche da quel ritardo. Dire soltanto «dobbiamo passare meglio» rischierebbe di lasciarci lontani dal problema.


Immaginiamo poi l’episodio opposto: nessuno offre un aiuto utilizzabile, il difensore calcia in avanti e un rimpallo favorevole ci permette di segnare.


Il gol rimane un gol. Ma non è una prova che le relazioni intorno alla palla chiusa abbiano funzionato.


L’esito dell’azione e la qualità del comportamento vanno letti entrambi.

Separarli per analizzarli ci permette, successivamente, di rimetterli in relazione con maggiore chiarezza.


Il principio può avere una forma diversa da quella allenata

C’è un altro aspetto sul quale fare attenzione.


In allenamento magari l’appoggio arrivava spesso dal centrocampista. In partita lo offre il terzino, mentre il centrocampista si allontana e porta con sé un avversario. Se cerchiamo soltanto il movimento del centrocampista, potremmo concludere che il principio non sia emerso.


Eppure il portatore ha trovato una soluzione, grazie a un’organizzazione diversa delle relazioni.


Un principio dovrebbe aiutarci a interpretare situazioni che cambiano. Un principio è una strada.


Devono essere i ragazzi a scegliere come percorrerla. 

Per riconoscere un principio, quindi, dobbiamo guardare la funzione di un movimento: quale possibilità ha creato? Quale pressione ha aiutato a superare? Quale spazio ha reso disponibile?


Questo non significa considerare valida qualsiasi scelta. Se tutti vengono incontro, nessuno occupa più lo spazio davanti e gli avversari possono stringere intorno alla palla, c’è qualcosa da rivedere.


La libertà dei giocatori ha bisogno di riferimenti condivisi. E noi abbiamo bisogno di osservare come quei riferimenti si combinano con ciò che propone l’avversario.


Quanto dipende ancora dalla nostra voce?

Il comportamento compare dopo che lo abbiamo chiamato dalla panchina oppure emerge spontaneamente?


Bisogna starci attenti. Se il ragazzo si muove soltanto dopo il nostro suggerimento, vediamo che riesce a eseguire quella richiesta in quella situazione.


Ma ci manca ancora una prova della sua capacità di riconoscerla autonomamente.


Per questo, quando le condizioni lo permettono, lascerei anche momenti nei quali osservare senza anticipare ogni soluzione. Non dobbiamo abbandonare i giocatori: dobbiamo dare loro la possibilità di mostrarci cosa riescono già a leggere.


In una semplice nota scritta su qualche foglio in panchina (che io, puntualmente, perdo) possiamo distinguere un comportamento spontaneo da uno suggerito. Nessuna etichetta definitiva. Sono informazioni che orientano il lavoro successivo.


Lo stesso vale per la continuità. Un appoggio corretto è un segnale interessante; per parlare di competenza acquisita più stabile vorrei ritrovarlo in altre occasioni, con pressioni, compagni e avversari differenti.


Dall’episodio all’ipotesi di lavoro

Dopo la partita eviterei un elenco di quindici cose da correggere. Sceglierei un problema ricorrente, descritto attraverso episodi concreti, e formulerei un’ipotesi da verificare.


Per esempio: «Quando il portatore viene chiuso lateralmente, gli appoggi si muovono dopo che ha già interrotto la conduzione».


Questa frase ci offre una direzione più precisa di «non aiutiamo chi ha la palla».


Possiamo verificare se i compagni osservano soltanto il pallone, se riconoscono tardi la pressione o se partono da distanze che rendono difficile intervenire.


Anche il confronto con i giocatori può aiutarci.


Mostrando una sequenza, potremmo chiedere: «In quale momento ti sei accorto che il tuo compagno non poteva più avanzare?».


La risposta non dimostra da sola ciò che il ragazzo ha percepito durante l’azione, ma può aggiungere un elemento alla nostra lettura. Soprattutto, ci obbliga a non dare per scontato che abbia visto la stessa cosa che abbiamo visto noi dalla panchina.


Tornare in campo conservando il problema

La seduta successiva dovrebbe permetterci di verificare quell’ipotesi.


Nel nostro esempio, cercherei una situazione nella quale il portatore possa realmente scegliere se avanzare o utilizzare un appoggio, mentre gli avversari possono decidere come pressarlo. Il sostegno deve diventare utile perché il gioco lo richiede.


Un obbligo (“vincolo limitante”) di passaggio all’indietro, invece, potrebbe far comparire molte volte il gesto senza dirci se i ragazzi stanno riconoscendo il momento per utilizzarlo.


PS: ribadisco la differenza, per me, tra vincoli limitanti e vincoli stimolanti. I limitanti obbligano e per forza fanno emergere il comportamento ricercato. Gli stimolanti invece lo fanno emergere autonomamente per i comportamenti dei ragazzi.


Possiamo modificare spazi, numeri e posizioni di partenza per far incontrare più spesso il problema, controllando che la proposta conservi possibilità differenti.


Se il portatore ha sempre una soluzione facilissima, o viene chiuso prima che chiunque possa aiutarlo, dobbiamo intervenire sull’organizzazione.


Successivamente tornerei a una partita con meno “noise”, osservando lo stesso comportamento. L’interesse sta nel capire se i giocatori riescono a ritrovarlo anche quando l’esercitazione non lo mette continuamente in evidenza.


Le prime partite devono aiutarci a scegliere meglio

Possiamo vincere e avere molto da rivedere. Possiamo perdere e riconoscere segnali del lavoro svolto.


Dobbiamo però evitare anche di usare questa seconda possibilità come una giustificazione permanente: se un principio continua a non emergere, è necessario interrogare le nostre richieste e le proposte attraverso cui abbiamo cercato di allenarlo.


Prima della gara scegliamo cosa osservare. Durante, raccogliamo episodi senza pretendere di spiegare tutto immediatamente. Dopo, distinguiamo ciò che abbiamo visto da ciò che ipotizziamo e decidiamo quale problema merita attenzione.


Le prime partite possono restituirci qualcosa di molto utile: una descrizione più precisa della squadra che abbiamo davanti.


Il nostro compito è usare quelle informazioni per preparare un allenamento che risponda ai suoi bisogni reali. E poi tornare a osservare.

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