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ALLENARE IL CERVELLO IN CAMPO

Immagine del redattore: Filippo Pezzi
Filippo Pezzi
10 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

Allenare significa creare esperienze capaci di modificare in modo relativamente stabile il comportamento del giocatore.


Calciatore osserva compagni, avversari e diverse possibilità di gioco prima di scegliere la soluzione più adatta sotto pressione.

Questa definizione cambia immediatamente il modo di progettare una seduta: non basta chiedersi quale esercizio proporre, ma quale adattamento vogliamo generare.


Nel calcio l’apprendimento non riguarda soltanto il gesto tecnico.


Un giocatore deve percepire informazioni, riconoscere possibilità, scegliere una soluzione e adattare il movimento a ciò che accade.


Per questo la progettazione dovrebbe tenere insieme tecnica, percezione, decisione e contesto.


ALLENARE IL PROBLEMA, NON DALL’ESERCIZIO

Prima di scegliere coni, numeri o spazi, definiamo il problema di gioco.


Vogliamo allenare il controllo orientato sotto pressione? La ricerca dell’uomo libero? Il tempo dell’uscita difensiva? Il cambio gioco? Il terzo uomo?


Una volta chiarito il comportamento, costruiamo un ambiente che renda necessarie le informazioni che regolano quel comportamento.


Se vogliamo allenare il cambio gioco, non è obbligatorio imporre “dopo tre passaggi cambiate lato”.


Possiamo costruire una difesa che stringe fortemente sulla zona palla. Sarà allora il giocatore a dover riconoscere che il lato debole è diventato vantaggioso.


Principio pratico: il vincolo migliore non dice sempre al giocatore che cosa fare. Spesso modifica il problema affinché la soluzione debba essere scoperta.


CAPIRE QUANDO SERVE L’ANALITICO

Il lavoro analitico non è inutile.


Può essere efficace quando vogliamo ridurre la complessità e concentrare l’attenzione su una componente specifica: coordinazione, contatto con la palla, precisione, recupero tecnico dopo un infortunio o acquisizione iniziale di un gesto.


Il limite compare quando crediamo che ciò che viene stabilizzato fuori dal contesto si trasferisca automaticamente dentro la partita.


Un giocatore può eseguire cinquanta passaggi corretti contro nessuno e continuare a sbagliare in gara.


Il problema può non essere il gesto in sé, ma la percezione tardiva dell’avversario, l’orientamento, la scelta del destinatario o il tempo della decisione.


Usiamo quindi l’analitico come lente di ingrandimento, non come mondo separato dal gioco.


RENDERE IL COMPITO RAPPRESENTATIVO

Un esercizio situazionale è utile quando conserva alcune informazioni essenziali della partita: compagni, avversari, direzione, tempo, spazio, obiettivo e conseguenze dell’errore.


Non serve riprodurre sempre undici contro undici. Un tre contro tre può essere molto specifico se mantiene il problema che vogliamo allenare.


Se vogliamo lavorare sull’uscita dalla pressione, deve esistere una pressione credibile.


Se vogliamo allenare il terzo uomo, la giocata diretta deve poter essere realmente chiusa.


Se vogliamo allenare la protezione, deve esserci un avversario che renda utile proteggere.


La domanda da fare è: le informazioni che regolano questa azione in partita sono presenti anche nell’esercitazione?


DOSARE LA DIFFICOLTÀ

L’apprendimento richiede una difficoltà sufficiente a costringere il giocatore ad adattarsi, ma non così elevata da produrre soltanto errori casuali.


Se il compito è troppo semplice, possiamo ridurre spazio e tempo, diminuire la superiorità numerica, aumentare la libertà degli avversari o rendere il bersaglio più difficile da raggiungere.


Se è troppo complesso, possiamo fare l’opposto: aumentare lo spazio, creare una superiorità, utilizzare un jolly, limitare temporaneamente alcune possibilità difensive o rallentare la pressione.


Non dobbiamo cercare né il successo continuo né il fallimento continuo.

Cerchiamo una zona nella quale il giocatore riesca, sbagli, comprenda e riprovi.


VARIARE SENZA PERDERE IL SIGNIFICATO

La variabilità è utile quando obbliga il giocatore a risolvere lo stesso problema in condizioni leggermente differenti.


Un controllo orientato non deve essere ripetuto cento volte dalla stessa posizione.


Possiamo variare direzione della pressione, velocità del passaggio, posizione del compagno e spazio disponibile mantenendo invariato il problema: ricevere e uscire dalla pressione.


La variabilità non consiste nell’aggiungere colori, numeri o stimoli casuali. Deve essere collegata alla funzione calcistica.


Lo scopo rimane stabile, le condizioni cambiano.


SISTEMA 2: QUANDO SERVE RALLENTARE

Nelle prime fasi di apprendimento il giocatore può aver bisogno di ragionare consapevolmente.


Un ragazzo che sta imparando a ricevere orientato può aver bisogno di domande semplici: “Dov’è l’avversario?”, “Quale spalla devi controllare?”, “Dove vuoi portare il primo tocco?”.


Questa fase richiede attenzione e tempo. Possiamo associarla, in modo semplificato, ai processi di tipo Sistema 2: più lenti, deliberati e coscienti.


Qui l’allenatore può fermare, spiegare, mostrare e fare domande. Ma l’obiettivo non è mantenere il giocatore in questa modalità per sempre.


La partita non gli concederà il tempo per verbalizzare ogni scelta.


SISTEMA 1: COSTRUIRE RICONOSCIMENTI RAPIDI

Con l’esperienza, alcune situazioni diventano familiari. Il giocatore riconosce più rapidamente una pressione, una linea libera, una postura avversaria o il tempo per attaccare uno spazio.


Il comportamento appare intuitivo e automatico. Possiamo associarlo ai processi di tipo Sistema 1: rapidi, poco costosi sul piano attentivo e fortemente legati all’esperienza.


Non significa che il giocatore “non pensa”. Significa che non deve analizzare coscientemente ogni dettaglio.


Per costruire questo tipo di riconoscimento servono molte esperienze specifiche, simili nella funzione ma non identiche nella forma.


Se vogliamo che un centrocampista riconosca rapidamente l’uomo libero, deve vivere molte situazioni nelle quali l’uomo libero emerge in modi differenti.


USARE IL FEEDBACK SENZA CREARE DIPENDENZA

Un feedback tecnico può essere utile: “piede più aperto”, “controllo più lontano”, “passaggio più forte”.


Ma quando l’obiettivo riguarda la comprensione, è spesso più efficace orientare l’attenzione con domande.


“Da dove arrivava la pressione?”


“Chi era diventato libero?”


“Cosa ti ha fatto decidere di giocare dentro?”


“Cosa sarebbe successo aspettando un secondo in più?”


Il feedback dovrebbe aiutare il giocatore a riconoscere informazioni, non sostituire la sua decisione.


Se durante ogni azione gridiamo “girati”, “gioca”, “scarica”, “cambia lato”, il giocatore può eseguire correttamente ma la scelta appartiene all’allenatore.


DARE VALORE ALL’ERRORE

L’errore non è sempre qualcosa da eliminare immediatamente.


Può essere un’informazione. Il giocatore ha percepito tardi? Ha scelto una soluzione coerente ma eseguito male? Non aveva una linea disponibile? Il compito era troppo difficile?


Prima di correggere il gesto dobbiamo capire la causa.


In un ambiente troppo pulito il giocatore può sembrare bravo perché il problema è semplice. In un ambiente leggermente instabile vediamo realmente ciò che sa fare.


L’obiettivo è costruire errori utili: errori dai quali il giocatore può ricavare informazioni e modificare la risposta successiva.


VERIFICARE IL TRANSFER

La domanda finale è sempre la stessa: ciò che alleniamo compare anche in partita?


Se un giocatore esegue perfettamente un esercizio ma non riconosce la stessa situazione in gara, il transfer è limitato.


Osserviamo quindi i comportamenti, non soltanto il successo dell’esercitazione.

Il giocatore guarda prima di ricevere? Riconosce la pressione?


Cambia lato quando l’avversario si concentra? Utilizza il terzo uomo? Modifica la propria soluzione quando il contesto cambia?


Una seduta non è efficace perché l’esercizio “è venuto bene”. È efficace quando aumenta la capacità del giocatore di adattarsi.


CONCLUSIONE

Allenare il cervello non significa aggiungere esercizi cognitivi separati dal calcio.


Significa progettare esperienze nelle quali percezione, decisione e azione rimangano collegate.


Il metodo analitico può essere utile per semplificare e focalizzare. Il metodo situazionale diventa indispensabile quando vogliamo allenare lettura, scelta e adattamento.


L’obiettivo non è scegliere una fazione metodologica, ma essere precisi.

Quando isoliamo il gesto dobbiamo sapere che cosa guadagniamo e che cosa perdiamo.


Quando utilizziamo il gioco dobbiamo sapere quale problema stiamo costruendo.


La regola pratica può essere riassunta in tre domande:


Quali informazioni deve percepire il giocatore?

Quale decisione deve prendere?

Quale problema di gioco sta imparando a risolvere?


Se sappiamo rispondere, l’esercitazione smette di essere semplicemente un esercizio e diventa un ambiente di apprendimento.

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